Archivio per Dicembre, 2007

Sette e culti: L’importanza dell’esperienza personale

Posted in Antisette on Dicembre 30, 2007 by italiancrimes

di Chiara Guarascio 

tratto da  http://1922criminalmagazine.info/index.php?option=com_content&task=view&id=149&Itemid=2

Si fa un gran parlare di sette e culti… Spesso l’argomento è trattato da fior di criminologi, sociologi, psicologi e psichiatri, tutti preparatissimi in teoria. La maggior parte di loro si sente in dovere di esternare le proprie conoscenze sulla carta stampata, e visto che il filone “tira”, giù libri a vagonate. Dettagliati, interessanti, approfonditi, certo. Però c’è una caratteristica che accomuna la stragrande maggioranza di questi esperti: il fatto di non avere la benché minima idea di cosa passi per la testa di un “adepto”, per il semplice fatto di non aver mai vissuto sulla propria pelle un’esperienza di vita in una setta, in un’organizzazione o comunque in un gruppo a controllo mentale. Intervistare centinaia di fuoriusciti e le famiglie di chi è tuttora invischiato nella realtà settaria non è la stessa cosa. Non a caso Steve Hassan, autore di “Mentalmente liberi”, sostiene che i migliori “exit counselor” (persone che aiutano chi vuole uscire da un gruppo a controllo mentale e le famiglie, in alcuni casi il termine è tradotto, non del tutto propriamente con “deprogrammatori”) sono ex adepti: persone che ce l’hanno fatta a superare il condizionamento mentale e si sono svincolate dal gruppo, dal santone, dal guru che dir si voglia. Prima di affrontare un breve viaggio nella testa di un adepto, ricordo rapidamente gli otto criteri di Robert J. Lifton sul controllo mentale:

1. controllo dell’ambiente
2. manipolazione mistica (o spontaneità programmata)
3. esigenza di purezza
4. confessione
5. scienza sacra
6. gergo interno
7. la dottrina prima della persona
8. concessione dell’esistenza

1. il controllo dell’ambiente è il controllo della comunicazione in un dato ambiente sociale: si arriva al convincimento che il possesso della verità sia un’esclusiva del gruppo. Il controllo del contesto sociale viene attuato tramite l’isolamento da altre persone, la pressione psicologica, la distanza geografica, ecc.
2. I principi dottrinali vengono esposti con forza e rivendicati come esclusivi, in modo che il culto e i suoi dogmi diventino l’unica vera via di salvezza. Il tutto viene gestito “dall’alto”, ma organizzato in modo che sembri sorgere spontaneamente dalla persona manipolata.
3. viene attuata una radicale separazione tra puro e impuro, bene o male buono o cattivo: chi sta dentro è nel bene, tutto ciò che è fuori è male. Vengono stimolati i sensi di colpa e inadeguatezza proprio per esercitare una forte influenza sull’adepto e spingerlo al cambiamento richiesto.
4. di solito le sedute di “confessione” si svolgono in un clima di critica e autocritica. Confessare i “peccati” commessi prima dell’ingresso nel gruppo ha una duplice funzione: fare (ancora) leva sul senso di colpa dell’adepto e ottenere importanti informazioni sul suo conto, in modo da poterlo eventualmente ricattare in caso di uscita dal gruppo.
5. “scienza sacra”: ovvero la spiegazione di concetti spirituali dal punto di vista scientifico: dà sicurezza a chi non ce l’ha perché semplifica molto la vita e conferisce serietà intellettuale al gruppo.
6. il gergo interno è una struttura linguistica in cui parole e immagini diventano principi dottrinali. Il linguaggio è semplificato, spesso ridotto a slogan, a cliché. L’impressione data all’adepto è duplice: poter comprendere tematiche altrimenti troppo complesse, e fortificare il senso di appartenenza al gruppo.
7. la dottrina diventa un vero e proprio dogma, da non mettere mai in discussione. Anche se l’adepto percepisce una contraddizione tra ciò che sente e ciò che dovrebbe sentire, il senso di colpa e di inadeguatezza in lui ingenerati vengono utilizzati per sottolineare la sua impurità (“non capisco questi concetti perché non sono abbastanza elevato spiritualmente: devo impegnarmi di più”).
8. agli occhi di una persona convinta di detenere la verità assoluta, tutti quelli che non hanno “visto la luce” e non hanno abbracciato quella stessa verità sono caduti nel male e non hanno diritto di esistere. Solo facendo loro intraprendere la stessa strada è possibile salvarli: ecco il motivo del grande impegno di certi culti a fare proselitismo (o almeno questo è quello che crede chi viene mandato a fare proselitismo, le reali intenzioni dei vertici spesso sono diverse).
Questo è ciò che si trova scritto. Non è difficilmente comprensibile a livello teorico. Eppure chi osserva da fuori spesso non può evitare di pensare “Sì, va bene, ma in fin dei conti chi finisce in queste dinamiche qualche problema deve pur averlo. Alle persone sane fisicamente e mentalmente e con una famiglia normale NON può succedere”. In effetti le prede più vulnerabili dei “reclutatori” sono persone che vivono un momento difficile: un lutto, una separazione, una perdita economica, una malattia…Viene loro fornita la spiegazione del PERCHE’ sta succedendo tutto questo, nonché la soluzione, immediata, semplice. Unisciti a noi: potrai capire, potrai risolvere, potrai tornare felice come e più di prima e soprattutto…aiutare gli altri! Sì, tu! Tu sei importante, noi ti amiamo, ti ammiriamo, ti consideriamo una persona SPECIALE, di valore! Ed ecco che parte il “love bombing”, una bomba d’amore che sommerge il nuovo arrivato, lo fa sentire, forse per la prima volta, importante. “Però quella è una persona con problemi seri: lutti, malattie, pochi soldi…Sfido che ci casca!” No, non è nemmeno così facile. Quando viene detto “TUTTI sono potenziali prede delle sette, senza esclusioni”, il 99% di chi ascolta pensa “non è vero. A ME non potrebbe succedere”. Dopo un seminario organizzato dall’ONAP sui pericoli delle sette e sulle tecniche di reclutamento, durante il quale ho parlato per un’ora di seguito della mia esperienza in un gruppo new age, al quale per anni ho regalato soldi, energie, tempo e non ultima la mia mente, sono stata avvicinata da una giovane ragazza. Mi ha rivolto questa domanda: “Ma come è possibile che tu non ti sia accorta che tutte quelle che ti propinavano erano assurdità? Non era chiaro che ti stavano raggirando?”
Questa domanda mi ha ferita. Molto. In primo luogo perché dopo aver spiegato con moltissimi esempi che anche la persona più intelligente e colta può cadere in uno di questi “giri”, mi sembrava di aver soltanto sprecato il fiato. In secondo luogo perché mi ha fatta sentire terribilmente stupida, che è la cosa PEGGIORE che si possa fare a un ex adepto. Però mi ha anche dato modo di riflettere, e di elaborare una “strategia” comunicativa che possa far veramente capire all’osservatore esterno la facilità con cui la mente di chiunque può essere plasmata. Lasciamo per un momento perdere tutte le pur validissime teorie e passiamo ad esempi pratici, che nella mia esperienza sono il modo migliore di spiegare concetti altrimenti incomprensibili. L’esempio migliore è quello della mia esperienza. Perché un bel giorno mi sono ritrovata seduta a gambe incrociate sul pavimento a salmodiare mantra, visualizzare le mie vite passate e comunicare con gli spiriti guida insieme ad altre 20 persone? Perché mi sono convinta di avere poteri di guarigione, essere in grado di trasmetterli agli altri e avere il totale controllo sulla realtà?
La mia famiglia è sempre stata unita, presente e affettuosa. Mi hanno insegnato ad essere responsabile, a ottenere ciò che desideravo con l’impegno e sono sempre stata ragionevolmente libera di fare le mie esperienze. Si sente dire da alcuni “esperti” che gli adepti delle sette provengono sempre da famiglie “disfunzionali”. Addirittura ho sentito dire “forse è meglio che la persona in questione stia nella setta piuttosto che a casa, considerati i genitori…” Che sia vero o meno, non era il mio caso. Sono sempre stata una persona equilibrata, non ho subito (fortunatamente) disgrazie di alcun tipo, se si fa eccezione per il normale avvicendarsi dei fatti della vita (la morte del nonno, un piccolo incidente, un insuccesso scolastico).
Ero semplicemente disorientata (appena laureata non vedevo grandi prospettive professionali e comunque non avevo le idee chiare) e come molti giovani, insoddisfatta di me stessa. Capita. A moltissime persone: non occorre avere uno squilibrio psicologico, una famiglia disfunzionale o un qualche accidente in corso. Come si può notare, la “rosa” dei potenziali adepti si amplia a dismisura. Non solo i depressi e i figli di divorziati (o i divorziati stessi), quindi. Ma tante, tantissime persone.
Un altro mito da sfatare, a mio modesto parere, è che mettere in guardia le persone dicendo loro che le sette operano una vera e propria riprogrammazione dell’io, cambiando l’ identità degli adepti, può essere un’arma a doppio taglio. Io VOLEVO cambiare identità. La mia mi faceva sentire a disagio, anzi era la causa diretta del mio disagio. Non mi piacevo e volevo cambiare. Quando ho avuto la possibilità di diventare una sorta di dea in Terra (ricordo che per la new age l’uomo e Dio sono la stessa cosa), a patto di CAMBIARE molti aspetti della mia vita, non ci ho pensato due volte. Ho sempre detestato il contatto fisico con gli sconosciuti: nel famoso “gruppo” mi sono ritrovata in grandi abbracci collettivi, e per fortuna la cosa è finita lì, almeno fino a quando ci sono stata io. E me lo sono fatto piacere! Così come il rivelare dettagli assolutamente privati della mia vita a perfetti estranei, danzare in circolo e “parlare” con gli angeli del karma. I miei problemi appartenevano a un’altra dimensione, IO ero un’altra. Sono cominciati i litigi in famiglia e, a causa di un drastico cambiamento di alimentazione, assolutamente non adatto a me, anche i problemi fisici. Ma la strada era quella giusta, IO era una prescelta: con la sola volontà e qualche simbolo esoterico potevo controllare ogni aspetto della mia vita, passato, presente e futuro. Il fatto è che lo desideravo davvero, e ci credevo. Nonostante l’incongruenza di molte nozioni che apprendevo, dell’assurdità dei libri che compravo a pacchi, dell’impossibilità di verificare tutte quelle teorie strampalate.
Io, persona normale, colta, di famiglia tranquilla, ci sono cascata. Cercavo disperatamente una risposta (pur non conoscendo nemmeno la domanda) e loro ce l’avevano, lì, pronta, a disposizione. Tutto era diventato più semplice, l’inspiegabile spiegato, l’impossibile a portata di mano. Ecco come ho fatto a non accorgermi di cosa stava succedendo in realtà. Io NON volevo accorgermene. Mi avrebbe fatto troppo male sapere che non era vero niente. Ero in pieno stato (adesso lo so) di “dissonanza cognitiva”: pur di non cadere nel profondo disagio causato dall’incoerenza delle cose che apprendevo con ciò che avevo sempre saputo essere vero, modificavo il mio comportamento in modo da minimizzare questa incoerenza.
E a me è andata anche bene. Per motivi di studio mi sono trasferita negli Stati Uniti, dove ovviamente ho trovato terreno fertile per ampliare le mie conoscenze, ma perlomeno sono venuta via da quel gruppo che fatalmente è diventato una “comune”. Ovvero una setta (a culto ufologico, oltretutto), con tanto di guru che faceva il bello e il cattivo tempo. Forse a tanto non sarei arrivata, e avrei avuto la forza di venirmene via comunque. Forse.
Conclusione: non giudicare MAI gli adepti delle sette, etichettandoli come poveri sciocchi privi di volontà. Può capitare davvero a tutti.

Chiara Guarascio

Libri consigliati:
Steve Hassan: Mentalmente liberi. Come uscire da una setta.Ed. Avverbi, 1999, 230 pp, € 14,00
Chiara Bini, Patrizia Santovecchi: Figli di un Dio tiranno. Dieci storie di fuoriusciti da sette religiose. ed. Avverbi, 2002, 144 pp, € 10,00.
Caterina Boschetti: Il libro nero delle sette in Italia. Ed. Newton & Compton, 2007, 479 pp, € 12,90

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Le impronte digitali, la firma del criminale

Posted in Tecniche investigative on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

di Mancini Massimiliano

LE PROCEDURE PER IL RILEVAMENTO DELLE IMPRONTE
La dattiloscopia fu utilizzata inizialmente come tecnica di segnalazione personale e solo in seguito per identificare gli autori dei reati.
Le impronte rilevate sulla scena del crimine (evidenti, su calco o latenti) sono comunque reperti e quindi sono innanzitutto oggetto di sequestro.
A seguito d’incarico di perizia il consulente redige verbale d’asportazione per successivi accertamenti non eseguibili sul posto.
Da tempo sulle schede segnaletiche sono sempre riportate, tra l’altro:
-         caratteristiche salienti dei tratti somatici del soggetto schedato;
-         foto frontale, laterale del volto e, a volte, della figura intera;
-         sul retro sono raffigurate le impronte della mano destra e sinistra.
Per risalire all’autore di un delitto attraverso si compara l’impronta sulla scena del crimine con quelle contenute nella scheda segnaletica, naturalmente nel caso di un soggetto non schedato l’identificazione è possibile solo attraverso una comparazione con soggetti sospettati.
Le impronte sono utilissime anche nei confronti di soggetti che, attraverso documenti falsi o l’assenza di documenti, cercano di eludere il riconoscimento; per questo scopo nel sistema AFIS, disponibile in ogni questura e nei principali uffici delle forze di polizia, sono registrate le impronte papillari e, recentemente, anche le impronte palmari, per consentire di riconoscere rapidamente un soggetto ed anche i suoi numerosi alias.
Negli ultimi anni è in continua evoluzione lo sviluppo di sistemi semi automatici di accertamento dattiloscopico dell’identità. I c.d. A.F.I.S. (Automatic Fingerprint Identification System) sono di indubbia importanza per l’individuazione della persona a fini di polizia preventiva, ma rimangono di significato relativo nell’identificazione giudiziaria poiché è sempre necessaria la verifica umana per la scelta definitiva delle impronte tra tutte quelle indicate dal sistema.
IL SISTEMA DI COMPARAZIONE MANUALE DELLE IMPRONTE
Vediamo quindi nel dettaglio come si procede praticamente alla comparazione delle impronte digitali.
Il sistema manuale si basa su 3 sistemi di linee: basali (parallele alla piegatura del dito), marginali (che entrano e fuoriescono dai lati del polpastrello) e centrali (al centro del polpastrello). Su questa base sono stati identificati 4 tipi principali di impronte: adelta, monodelta, bidelta e composta.
L’impronta adelta e quella bidelta sono poi suddivise rispettivamente in 4 e 3 sottogruppi, più un gruppo 0 corrispondente a un’impronta imperfetta o un dito mancante. Ogni impronta può così essere definita con una di queste 10 categorie.
A ogni polpastrello (indice, pollice, anulare mano destra, poi la stessa serie della mano destra e quindi le restanti dita di sinistra e destra) viene assegnato un valore da 1 a 0. In questo modo con un numero di dieci cifre, per esempio 823-924-73-54, si indicano le categorie in cui rientrano le varie dita a partire dal pollice della mano sinistra.
Nel caso dell’esempio indicato in precedenza (823-924-73-54) il pollice della mano sinistra è di categoria 8, l’indice di categoria 2 e via di seguito; questa successione ha un livello di combinazioni talmente elevato (10 miliardi di combinazioni possibili), da poter essere ritenuto realisticamente univoco ed irripetibile da identificare con precisione ogni essere uomano.
IL SISTEMA COMPUTERIZZATO DI COMPARAZIONE DELLE IMPRONTE
Il sistema computerizzato di classificazione delle impronte si basa su un sistema differente, si limita a identificare i quattro tipi principali di impronte passando quindi a identificare le minuzie, cioè le minuscole irregolarità delle creste (biforcazioni, anelli, linee spezzate, ecc.) che con la loro forma rendono inequivocabile l’identità delle due impronte: se ne contano fino a 90.
In questo modo il sistema computerizzato unisce tutte le minuzie formando il numero maggiore di triangoli possibili senza che questi si intersechino tra loro e di ogni triangolo misura gli angoli, i lati, la superficie e confronta le misure ottenute con quelle presenti in memoria.
Il risultato, ottenuto al ritmo di 7000 operazioni al secondo, è una serie di “candidati” che avranno minuzie corrispondenti. Sarà poi il dattiloscopista a confrontare “candidati” e “sospetti”.
Mosillo, Presidente di Cassazione, ha definito sotto il profilo tecnico giuridico i punti di certezza sulla convergenza delle impronte digitali.
TIPOLOGIE DI IMPRONTE
Fra le tracce riscontrabili sul luogo dove è stato commesso un reato, rivestono una notevole importanza le impronte papillari, che possono suddividersi in:
-          palmari (quelle del palmo della mano);
-          plantari (quelle dei piedi);
-          digitali (quelle dei polpastrelli).
Le più studiate e utilizzate ai fini dell’identificazione giudiziaria sono le impronte digitali, nelle quali il disegno ricalca l’andamento delle creste papillari (strato dell’epidermide che riveste le papille dermiche).
Nella valutazione delle impronte si considerano quattro tipologie principali d’impronte papillari:
-         monodelta;
-         bidelta;
-         adelta;
-         composita;
Ai fini giudiziari le impronte si suddividono in:
-          impronte allo stato evidente (vale a dire visibili);
-          impronte plastiche (o su calchi);
-          impronte latenti.
Le impronte plastiche sono prodotte dal contatto di una superficie malleabile (piano con spessa polvere, fango, ecc.) che produce un’immagine negativa dell’impronta.
LE IMPRONTE VISIBILI
Rientrano in questa categoria quelle depositate a seguito di:
a)       apporto di sostanze, in genere coloranti, applicati dalle creste papillari (ad esempio sangue, inchiostri, inquinanti vari, ecc.);
b)      asportazione di sostanze (ad esempio fuliggine, polvere, ecc.);
c)       calco su materiale plastico.
In questi casi si procede direttamente alla documentazione fotografica, applicando sempre un nastro centimetrico o millimetrico.
Se esiste un forte contrasto fra impronta e supporto, la riproduzione fotografica non presenta problemi; altrimenti si può ricorrere ad un’illuminazione colorata o a filtri colorati che possano far risaltare adeguatamente l’impronta.
Per fotografare le impronte plastiche generalmente è sufficiente illuminarle con luce radente.
EVIDENZIAZIONE DI IMPRONTE LATENTI
Sono quelle pressoché invisibili ad occhio nudo e richiedono particolari trattamenti per poter essere rivelate, rafforzate.
L’evidenziazione può avere finalità di ricerca (trovare l’impronta dell’autore del delitto) o per esclusione (essere sicuri che l’autore del delitto non sia passato o intervenuto su una determinata area, stanza, veicolo, ecc.).
Ai fini del rilevamento delle impronte digitali le superfici sono classificate in:
a)       lisce, (ad esempio pelle, carta, ecc.) ottimi supporti per l’evidenziazione.
b)      ruvide (ad esempio tessuti tranne la seta e altri fitti) in genere poco utili per la ricerca delle tracce.
c)       Porose (ad esempio carta, legno, pelle, ecc.), ottimi supporti anche a distanza di tempo. La carta in particolare assorbe l’impronta consentendo di evidenziarla anche dopo 10 anni.
d)      Non porose, (ad esempio vetro, plastica, ecc.) sulle quali possono essere evidenziate solo impronte fresche, generalmente con età entro 100 gg.
IMPRONTE LATENTI SU SUPERFICI POROSE
Come si è già detto, le superfici porose assorbono molto bene l’essudato e quindi riescono a conservare l’impronta per lungo tempo.
In questi casi si utilizzano i seguenti d’evidenziazione:
-          Reagente Ninidrina, che legandosi con gli aminoacidi dal colore trasparente assume una colorazione rosa, fornisce un’immagine in negativo (le creste sono bianche, mentre le zone colorate sono gli spazi tra le creste);
-          DFO che è una sostanza fluorescente, ottima anche su supporti molto colorati;
-          MD, deposizione metallica di oro portato allo stato gassoso in forno, utilizzato soprattutto dopo aver trattato l’impronta con la Ninidrina per evidenziare maggiormente il contrasto ed ottenere un’immagine positiva.
Reazione con ninidrina
E’ il metodo più utilizzato per evidenziare impronte su superfici cartacee o porose.
La ninidrina reagisce con gli amminoacidi, presenti nelle secrezioni eccrine che ben assorbiti dalla carta permangono anche dopo lunghi periodi di tempo.
Con uno spruzzatore si applica la ninidrina assoluta oppure addizionata ad una soluzione organica d’acetone o freon in acido acetico (il freon rende le soluzioni meno tossiche, non infiammabili e non dannose per gli inchiostri).
IMPRONTE LATENTI SU SUPERFICI NON POROSE
Come già detto sulle superfici porose possono essere evidenziate solo impronte fresche, in questi casi si utilizzano i seguenti di evidenziazione:
-          Polveri esaltatrici, sono igroscopiche e quindi si legano alla parte acquosa dell’impronta quindi possono essere utilizzate solo su impronte molto fresche;
-          Esteri Cianoacrilici, utilizzata soprattutto su impronte vecchie, con età superiore ai 100 gg. poiché con la fumigazione il Cianoacrilato si lega alla parte lipidica della traccia, provocando una deposizione biancastra in corrispondenza delle linee papillari;
-          MD, sublimazione di oro e zinco in camera barica sotto vuoto spinto, prima l’oro che fugge i grassi e si deposita dove non sono presenti linee papillari e quindi lo zinco.
Polveri Esaltatrici
Questo è il metodo più comune ed è noto da più di un secolo. Le polveri sono impiegate su superfici non porose (vetro, metallo, superfici pitturate, plastica) facendo in modo che le polveri restino meccanicamente adese ai componenti oleosi depositati dalle creste papillari.
Il vantaggio è la facilità e l’immediatezza dell’accertamento: le tracce svelate possono essere subito fotografate o asportate tramite un nastro adesivo e conservate.
L’inconveniente principale è che una non corretta applicazione del metodo (pennelli e nastri adesivi non adatti, eccesso di polvere) può rovinare l’impronta.
Le polveri non possono essere impiegate su superficie che attraggono la polvere (ad esempio quelle con proprietà elettrostatiche) e devono essere scelte in modo da massimizzare il contrasto con il colore della superficie su cui sono applicate.
Di seguito sono elencate le principali polveri utilizzate dagli esperti in ricerca tracce con le rispettive composizioni:
a)       polvere nera (ossido ferrico nero 50%,resina 25%, amido black 25%);
b)      polvere al piombo carbonato (piombo carbonato 80%, gomma arabica 15%, polvere di alluminio 3%, amido black 2%);
c)       polvere bianca (ossido di titanio 60%,talco 20%, lenis kaolino 20%);
d)      polvere al diossido di manganese (diossido di manganese 45%, ossido ferrico nero 25%, amido black 25%,resina 5%).
Concettualmente l’uso delle polveri è piuttosto semplice, ma occorre grande esperienza e molta pratica per ottenere buoni risultati:
a)       Selezionare una polvere ed un pennello adeguati.
b)      Testare la superficie e la polvere, eseguendo alcune prove applicando le proprie impronte su una parte libera di superficie e quindi verificare se la polvere scelta la rileva chiaramente.
c)       Applicare la polvere con leggere pennellatine, rimuovendo gli eccessi con grande delicatezza.
d)      Dopo aver applicato vicino l’impronta un nastro millimetrico ed eventualmente un riferimento per facilitare l’archiviazione (numero, luogo, data, caso, ecc.), si può fotografare con pellicole a grana finissima e in condizioni di luce intensa.
e)       Infine applicare con cura un nastro adesivo, che asporti la polvere senza alterare la forma dell’impronta.
Fumigazione con cianoacrilato
Il prodotto è utilizzato commercialmente anche come attaccatutto istantaneo. E’ ideale per le superfici lisce non porose.
E’ molto volatile (e tossico) ed evaporando si deposita sull’impronta plastificandola. Fornendo un’immagine di colore bianco, che può essere poco visibile in genere e per questa ragione si ricorre ad un colorante.
IMPRONTE INSANGUINATE
Generalmente sono abbastanza facili da rilevare ricorrendo quasi esclusivamente alle luci forensi. In questo caso si impiega una luce violetta di lunghezza d’onda 400 nanometri oppure.
In caso di difficoltà si può ricorrere a reagenti come la diamminobenzidina (DAB) + acqua ossigenata, che forma un composto scuro insolubile che fa risaltare l’impronta
IMPRONTE SU CORPI UMANI
Sono le più difficili in assoluto da rilevare.
Si può rilevare solamente su porzioni di pelle lisce, non ricoperte da peluria e a condizione che l’analisi sia tempestiva (1-2 ore dopo il rilascio dell’impronta), poiché la traspirazione corporea inquina ed altera l’essudato dell’impronta da rilevare.
In questi casi si tenta con l’esposizione della porzione di pelle a vapori di iodio, limitando l’esposizione alla sola parte interessata e proteggendo opportunamente il soggetto dall’inalazione, quindi si sovrappone alla parte da rilevare una pellicola fotografica imbevuta di violetto cristallino.
Massimiliano MANCINI (Comandante Dirigente del Corpo di Polizia Locale di Frosinone, Docente e Consulente in materie Giuridiche e nel campo della Sicurezza)

Criminalistica e tecniche investigative

Posted in Libri & manuali on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

di Francesco Donato

l’argomento

Nata da un’istanza pratica e fortemente collegata alle tradizionali attività forensi, la criminalistica ha di recente acquisito dignità scientifica autonoma, delimitando il proprio ambito disciplinare ed elaborando uno specifico statuto. Questo libro ne illustra tutti gli aspetti, dalle tecniche di sopralluogo a quelle di identificazione – dattiloscopia, antropologica, genetica, vocale, grafologica – fino alla balistica e alle analisi di laboratorio. Un manuale, dunque, specificamente rivolto agli addetti ai lavori, ma anche utile compendio per gli appassionati del giallo e della fiction.

- Le indagini preliminari
- L’attività di investigazione
- La ricostruzione della scena del crimine
- Gli accertamenti identificativi- La balistica forense
- Sostanze stupefacenti e analisi di laboratorio
- Le indagini indirette
- Appendice documentale

Un’opera di impostazione tecnica, aggiornata rispetto alle nuove acquisizioni teorico-pratiche e alle più recenti disposizioni di legge in materia. Un testo nato sul campo e dall’esperienza pluridecennale dell’autore.

l’autore
Francesco Donato (Vibo Valentia, 1948) è dirigente della Polizia di Stato e docente di Tecniche Investigative Applicate all’Università di Bologna. Svolge inoltre attività seminariale in Criminalistica Forense presso l’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Firenze. Dal 1986 al 1997 è stato direttore del Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica della Toscana ed è tra gli ideatori del corso di laurea in Scienze dell’Investigazione istituito presso l’Università dell’Aquila, dove è stato anche docente di Diritto della Sicurezza Sociale. Consulente dell’Autorità Giudiziaria e collaboratore del mensile «Diana Armi», è autore di numerosi articoli e pubblicazioni. Tra queste ultime ricordiamo L’Attività di Polizia Scientifica, Banconote e Documenti Falsi, La Sicurezza Sociale nell’ordinamento giuridico e Lineamenti di criminalistica forense. Vive a Firenze.

17,0×24,0 – 160 pp.
€ 22,00 – Codice 5080601
32 tavole fuori testo a colori

http://www.edolimpia.it/libro.php?codice=5080601

Omicidi in famiglia: nel 2003 ancora uno ogni 40 ore.

Posted in Movente passionale on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

Un omicidio ogni giorno e mezzo, ossia 1 ogni 40 ore, tra le mura domestiche

La famiglia si conferma come luogo principale in cui avvengono gli omicidi, con 201 vittime nel 2003, pari al 30,5% di quelle complessivamente censite dalla banca dati. Il fenomeno si presenta tuttavia in calo (-9,9%, rispetto alle 223 vittime del 2002). Questo secondo una ricerca Eures 2004 sugli omicidi volontari in Italia.

I delitti in famiglia avvengono soprattutto al Nord (103 vittime, pari al 51,2%), rispetto al Sud (55, pari a 27,4%) e al Centro (43, pari al 21,4%). A livello regionale, la Lombardia si conferma la regione più interessata dal fenomeno, con 35 vittime (pari al 17,4%), seguita da Piemonte (20 vittime, pari al 10%), Lazio (19 vittime pari al 9,5%), Emilia Romagna (17 vittime, pari all’8,5%), Liguria (14 casi, pari al 7%), Sicilia (13 vittime, pari al 6,5%) e Toscana (12 vittime pari al 6%). La provincia più colpita è Milano, con 19 vittime di omicidio (pari al 9,5% del totale), seguita da Roma e Genova, rispettivamente con 17 e 10 vittime. Il primato della Lombardia è confermato anche dalla graduatoria provinciale, che vede accanto a Milano altre due province lombarde ai primi posti: Bergamo, con 5 vittime e Brescia con 4.

Nei 201 omicidi in famiglia prevalgono le vittime donne (67,7% dei casi a fronte del 32,3% degli uomini), più numerose al Nord (69,9% contro il 30,1% degli uomini), rispetto al Centro (67,4% contro 32,6%) e al Sud (63,6% contro 36,4% ).

Il maggior numero delle vittime di omicidio in famiglia si registra tra gli over 64 (43 vittime, pari al 21,4% del totale), caratterizzando il 2003 per un consistente numero di omicidi-suicidi all’interno di coppie anziane e per una crescita degli omicidi a danno di persone in situazione di grave disagio e di quelli compiuti da autori sofferenti di un disturbo mentale, che hanno visto come vittime prevalenti donne anziane. Analogo è il numero delle vittime per la fascia 35-44 anni (42 vittime, pari al 20,9%), cui segue la fascia 25-34 anni (33 vittime, pari al 16,4%) e quella 45-54 anni (28 vittime, pari al 13,9%); sono 23 le vittime con meno di 18 anni (11,4%) e 14 quelle della fascia 19-24 (7%). Elevata, nel 2003, la presenza di vittime tra le casalinghe (45 pari al 22,4%) e i pensionati (27 vittime, pari al 13,4%), seguiti da impiegati (21 vittime, pari al 10,5%), operai/manovali/braccianti (15 vittime, pari al 7,5%) e da vittime in età prescolare (ancora con 15 casi).

Nel 60,2% dei casi vittima e autore avevano una relazione di convivenza al momento del delitto, mentre nel 39,8% non si presentava tale condizione. La convivenza prevale nelle situazioni di grave disagio (100% nei casi di disagio della vittima; 87% per disturbi psichici dell’autore; 68,6% nei casi attribuiti a raptus), negli omicidi per futili motivi (81,8%) o per liti e dissapori (57,1%); la convivenza è invece minoritaria negli omicidi passionali (40%) dove è prevalentemente la separazione la causa scatenante, e negli omicidi per motivi di interesse o denaro, dove in 8 casi su 10 vittima e autore risultano non conviventi.

Nella maggior parte dei casi la vittima è il coniuge o il convivente (67 vittime, pari al 33,3%), seguono i figli (33, pari al 16,4%) e gli ex coniugi/ex partner (24, pari all’11,9%); elevato anche il numero dei genitori (19, pari al 9,5%), quello dei partner (17, pari all’8,5%) e degli altri familiari (12, pari 6%). In calo il fenomeno degli omicidi tra fratelli, con 7 casi (3,5%).

Movente

Il movente passionale (con 55 vittime pari al 27,4%), si conferma come movente principale degli omicidi in famiglia; seguono il raptus (35, pari al 17,4% del totale), le liti (28, pari al 13,9%) e i disturbi psichici dell’autore (23, pari all’11,4%). Il Sud risulta in coda per quanto riguarda l’incidenza dei delitti passionali (18,2%), rispetto al Centro (39,5%) e al Nord (27,2%). In relazione al genere, tra le vittime donne prevale il movente passionale (31,6% rispetto al 18,5% degli uomini), quello del disturbo psichico dell’autore (13,2% contro il 7,7% tra gli uomini) e la condizione di grave disagio (10,3% rispetto al 6,2% tra gli uomini). Tra gli uomini risulta più elevata la percentuale delle vittime seguite a un raptus dell’autore (il 18,5% contro il 16,9% tra le donne), nei delitti per denaro/interesse (10,8% contro il 2,2%) ed in quelli per vendetta o riscatto della vittima per precedenti violenze subite (9,2% contro l’1,5% tra le donne).

Autore

Gli autori di omicidi in famiglia sono soprattutto maschi (171 pari all’82,2%, contro 37 donne), con un età compresa tra i 35 e i 44anni (40 autori pari al 23,4%); seguono con il 20,5% gli over 64, con il 19,9% i 45-54enni e quelli di età compresa tra i 25 e i 34 anni (15,8%); sono invece 13 gli autori di omicidio domestico che hanno meno di 24 anni (pari al 7,6% rispetto al 6,2% del 2002), di cui 3 (pari all’1,7%) minorenni. Relativamente più giovani risultano invece le donne autrici di omicidio: il 37,8% è nella fascia 25-34 anni (14 in valori assoluti) e il 21,6% in quella 35-44 (8 omicide); risulta molto basso il numero delle omicide con più di 55 anni, con soltanto 6 casi registrati. Tra gli autori prevalgono i pensionati (39 autori pari al 18,8%), gli operai/manovali (26 autori pari al 12,5%) e gli uomini delle Forze Armate e di Polizia (17 autori pari all’8,2%); seguono gli impiegati (6,7%, con 14 autori) e le casalinghe (12, pari al 5,8%); sotto la soglia del 5% i liberi professionisti e i precari (entrambi con il 4,8%). Nel 53,2% dei casi l’autore del delitto viene arrestato o si costituisce, il 12,4% prova a sfuggire alla giustizia, nel 27,9% si suicida e nel 6,5% tenta il suicidio.

http://donneriv.blogspot.com/2005/11/omicidi-in-famiglia-nel-2003-ancora.html

Sindrome di Münchausen per procura

Posted in Psichiatria forense on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

Sindrome di Münchausen per procura, conosciuta anche come sindrome di Polle (Polle era il figlio del barone di Münchausen, morto infante in circostanze misteriose) è il nome di un disturbo mentale che affligge per lo più donne madri che le spinge ad arrecare un danno fisico al figlio/a per attirare l’attenzione su di sé.

La madre viene così a godere della stima e dell’affetto delle altre persone perché la madre si preoccupa della salute del proprio figlio/a.

Questa sindrome costituisce un serio abuso sull’infanzia.

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Definizioni e incidenza

La caratteristica fondamentale della sindrome di Münchausen per procura (Münchausen Syndrome by Proxy – MSP) è il coinvolgimento di un genitore, solitamente la madre, che provoca i sintomi di una malattia nel figlio.

Il primo ad introdurre la dicitura di MSP fu il pediatra inglese Roy Meadow, in una pubblicazione del 1977. Il DSM-IV definisce la MSP come “Disturbo Fittizio con Segni e Sintomi Fisici Predominanti (300.19)” e nel DSM-IV-TR è cosi descritto: “La caratteristica essenziale è la produzione deliberata o simulazione di segni e sintomi fisici o psichici in un’altra persona che è affidata alle cure del soggetto. Tipicamente la vittima è un bambino piccolo, e il responsabile è la madre del bambino. La motivazione di tale comportamento viene ritenuta essere il bisogno psicologico di assumere, per interposta persona, il ruolo di malato”. Meadow la definisce: “Situazione in cui i genitori, o inventando sintomi e segni che i propri figli non hanno, o procurando loro sintomi e disturbi (per esempio somministrando sostanze dannose), li espongono ad una serie di accertamenti, esami, interventi che finiscono per danneggiarli o addirittura ucciderli”.

Nel Regno Unito l’incidenza dei casi in bambini sotto l’anno di vita è circa di 2,8 su 100 000 all’anno e si calcola un tasso di mortalità tra il 9 e il 22% dei casi (Rosemberg, 1987; Sheppard, 2001). Per quanto ci siano molte relazioni di casi di MSP non esistono dei dati di prevalenza basati sulla popolazione.

La durata media per stabilire una diagnosi di MSP generalmente supera i sei mesi, spesso un fratello o una sorella è morto di cause non diagnosticate prima che sia scoperta la MSP.

Caratteristiche

La caratteristica principale della MSP è il coinvolgimento di un genitore, solitamente la madre, che di fatto provoca i sintomi del figlio. Solitamente i sintomi non sono caratteristici di malattie conosciute e questo confonde i pediatri e gli altri clinici e li induce ad ulteriori accertamenti. In genere passa parecchio tempo prima che i medici inizino a prendere in considerazione l’idea che il malessere del piccolo paziente sia procurato dalla madre.

I metodi usati per creare sintomi nei figli sono eterogenei e spesso crudeli. Ad alcuni bambini sono state iniettate segretamente feci, urine o saliva, oppure flora fecale e microbi vaginali. Altri sono stati avvelenati con veleno per topi, purganti, arsenico, olio minerale, lassativi, insulina, sale o pepe da tavola, zucchero, tranquillanti e sedativi e in un caso persino con massicce quantità di acqua. Tra gli attacchi fisici si sono verificati tra gli altri: punture di spillo sul viso e sul corpo, lesioni facciali da strumento o con unghie, e soffocamento premendo una mano o un cuscino sul volto. Altri attacchi fisici ugualmente pericolosi sono stati volontaria sottonutrizione e ambiente domestico sporco e trascurato, induzione di attacchi epilettici o perdita di coscienza. Una tecnica indiretta usata da queste madri è di falsificare le analisi di laboratorio, introducendo elementi estranei nei campioni, alterando i veri risultati delle analisi, o sostituendoli con altri di pazienti realmente malati.

La dottoressa Donna Rosemberg dell’Health Sciences Center dell’Università del Colorado indica quattro principali caratteristiche della MSP:

  1. la malattia del bambino viene simulata e/o provocata da un genitore o da chi ne fa le veci;
  2. il bambino viene ripetutamente sottoposto a esami e trattamenti medici;
  3. il responsabile dei maltrattamenti nega di sapere la causa della malattia del bambino;
  4. la sintomatologia acuta si riduce quando il bambino viene allontanato dal responsabile.

Sottotipi

Judith Libow e Herbert Schreirer del Children’s Hospital Medical Centre di Oakland hanno classificato la MSP secondo le tipologie dei genitori:

  1. cercatori di aiuto. Sono casi solo apparentemente simili a quelli della MSP. Normalmente si ha un unico episodio di malattia immaginaria piuttosto che una lunga serie di esperienze mediche. Posta di fronte all’evidenza, la madre reagisce con sollievo, è disposta a collaborare e non tradisce alcun segno di ostilità o rifiuto. L’inganno le consente di cercare le cure mediche per sé, legittimando attraverso il figlio ‘malato’ il bisogno di aiuto psicologico;
  2. responsabili attivi. Sono i casi da manuale della MSP, in cui un genitore direttamente e attivamente provoca i sintomi nel bambino tramite soffocamento, iniezioni o avvelenamento. Quello che stupisce è che queste madri sono straordinariamente cooperative e grate verso i medici, tanto da sembrare le madri ideali;
  3. medico-dipendenti. In questi casi di MSP l’inganno si limita ad un falso resoconto dei precedenti clinici del bambino. Non c’è alcun intervento diretto sulla sintomatologia. Naturalmente, a causa di questi falsi sintomi, il bambino subisce molti esami inutili e dolorosi. Le madri sono convinte che i figli siano realmente malati e si risentono se medici e personale ospedaliero non confermano le loro convinzioni. I bambini di questo gruppo sono in genere più grandi. Le madri sono tendenzialmente più ostili, paranoiche ed esigenti verso i medici da cui sono ‘dipendenti’.

Un altro sottotipo di MSP è stato individuato nella sindrome di Münchausen “seriale”, vale a dire che si ripete con più figli della stessa famiglia. In una rassegna di 117 casi riportati in letteratura la percentuale di episodi che si ripetono all’interno della stessa famiglia è del 9% (Rosemberg, 1987). Spesso nei casi di MSP seriale i figli “si ammalano” uno per volta, di solito intorno alla stessa età del fratello precedente, ma sono riportati casi in cui tutti i figli venivano ricoverati nello stesso momento.

Caratteristiche della madre affetta da MSP

Solitamente la madre MSP è una donna abbastanza colta, in grado di esprimersi con proprietà. Talvolta ha una preparazione medica di qualche tipo. Può aver frequentato una scuola per infermiere o una laurea in medicina, senza necessariamente laurearsi o conseguire in titolo. Spesso segue con attenzione le serie televisive di ambientazione ospedaliera o medica, compra riviste che trattino dell’argomento e legge dizionari medici. Quando il figlio viene ricoverato si dimostra un’ottima interlocutrice per il personale sanitario, ascolta con attenzione e si dimostra collaborativa. È per questo che una diagnosi di MSP viene solitamente accolta con sorpresa dagli operatori, che la consideravano una madre affettuosa e amorevole.

Gli aspetti patologici di una madre MSP sono da considerarsi le reazioni paranoidi, la convinzione maniacale che il figlio sia malato e la personalità sociopatica. Appare infatti evidente che queste donne adottano uno stile affascinante e subdolo per sfruttare gli altri violando le norme sociali e morali, senza senso di colpa o rimorso alcuno. Sono frequentemente affette da Disturbo di Personalità (Istrionico, Borderline, Passivo-Aggressivo, Paranoide, Narcisistico).

Infine è ricorrente il fatto che le madri abusanti siano state a loro volta vittime di maltrattamento, anche se in forma diversa, durante l’infanzia da parte dei genitori (Eminson, Postlethwaite, 1992; McGuire, Feldman, 1989; Rosemberg, 1987). Meadow ha reperito il ricorrere di abuso psicologico e incuria nel 70% almeno, e di violenza fisica e sessuale in circa un quarto delle madri che hanno soffocato uno o più figli.

Ruolo del padre in MSP

Il ruolo del padre è misterioso e incerto. Il più delle volte è assente dalla vita familiare o resta lontano da casa per la maggioranza del tempo. Questo, naturalmente aiuta la madre nel fabbricare i sintomi senza che nessuno se ne accorga. Il fatto curioso, tuttavia, è che quando la donna viene scoperta e messa di fronte agli abusi perpetrati non di rado il marito la sostiene e può persino rendersi complice dei suoi inganni, facilitando tacitamente il suo comportamento.

Legami con la sindrome di Münchausen

Molte madri affette da MSP hanno a loro volta precedenti di sindrome di Münchausen. Randal Alexander et al. hanno studiato cinque famiglie affette da ‘MSP seriale’, famiglie, cioè, in cui più di un figlio aveva subito maltrattamenti. Da questo studio è emerso che l’80% delle madri aveva inventato, almeno una volta, la propria sintomatologia. In ogni caso tutti gli esperti sembrano essere d’accordo sull’esistenza di un rapporto tra la MSP e la sindrome di Münchausen negli adulti.

Terapia

I pazienti con sindrome di Münchausen per procura sono trattati raramente con successo, comunque le terapie implicano raramente l’utilizzo di psicofarmaci e impiegano anni di counseling.

L’approccio migliore per evitare o contenere i rischi anche a lungo termine è reputato quello di un programma terapeutico integrato, con intervento non solo di psicologi e psichiatri, ma anche di pediatri e professionisti delle agenzie di protezione dei bambini.

Implicazioni legali

La sindrome di Münchausen per procura può essere a tutti gli effetti considerata un abuso sui minori. Questo tipo di abuso, tuttavia, non è ben noto, né tra il pubblico, né tra i medici che hanno in cura questi pazienti. In letteratura questi bambini vengono definiti ‘maltrattati chimicamente’ o ‘batteriologicamente seviziati’.

Le persone affette da sindrome di Münchausen per procura si trovano, sia dal punto di vista legale che dal punto di vista medico, in una condizione particolare e bizzarra. Infatti, perché la sindrome sia riconosciuta è necessario che sia verificato un comportamento di tipo criminale, e il comportamento criminale è interpretabile solo sulla base della sindrome. Come è ovvio non è mai stato osservato un paziente affetto da sindrome di Münchausen per procura che non abbia maltrattato un figlio.

Di fronte a una situazione di questo tipo viene da chiedersi in che modo un tribunale debba considerare queste persone.

Bibliografia

  • L.R. Franzini e J.M. Grossberg. Comportamenti bizzarri. Astrolabio, 1996
  • C. Gerald; E. Davison; M.J. Neale. Psicologia clinica. 2a ed. Bologna, Zanichelli, 2000
  • I. Merzagora Betsos. Demoni del focolare. Mogli e madri che uccidono. Centro Scientifico Editore, 2003
  • R. Asher. Münshausen’s syndrome, Lancet, 1951, 1: 339-341
  • R. Meadow. Management of Münchausen syndrome by proxy, Arch Dis Childhood, 1985, 60: 392
  • Lissy De Ridder e Hans Hoekstra. Manifestation of Münchausen Syndrome by Proxy in Pediatric Gastroenterology, J Pediatr Gastroenterol Nutr, 31: 2008-221
  • I. Marzagora Betsos. Madri che uccidono. Atti del VII Congresso Nazionale SOPSI (Roma, febbraio 2002)

http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_M%C3%BCnchausen_per_procura

Bilancia: “Non ho detto tutto”

Posted in Serial Killer on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

Lettere segrete ai familiardi delle vittime

di MASSIMO CALANDRI

 

GENOVA - “Agli investigatori ho raccontato solo la metà, di quello che è successo. A loro è bastato. Se vuoi davvero conoscere la verità, vieni a trovarmi in prigione”. La calligrafia ossessivamente precisa è quella di Donato “Walter” Bilancia, il serial killer, reo-confesso di 17 delitti e condannato definitivamente a 13 ergastoli più 28 anni di reclusione.

La lettera, partita dal carcere di Padova, è stata recapitata tre mesi fa ad Umberto Parenti, fratello di Maurizio, una delle prime vittime del pluriomicida. Era la vigilia di Natale. Nei giorni seguenti Bilancia si è messo in contatto con quegli avvocati che durante il processo si erano battuti per far luce su alcune presunte zone d’ombra nella ricostruzione dell’assassino: che giurava di aver fatto tutto da solo, sempre, anche quando le circostanze facevano scuotere la testa a molti. “Avevate ragione. La storia è diversa, e sono sicuro che la troverete molto interessante. Non voglio giornalisti, altrimenti salta tutto”. Scettici ma incuriositi, i legali gli hanno risposto in gran segreto, chiedendo almeno una traccia concreta al di là delle tante parole scritte. “Niente da fare. Venite da me, e saprete”.

Il carteggio è continuato fino a poche settimane fa, quando gli avvocati hanno deciso di rompere gli indugi e si sono rivolti al procuratore aggiunto Francesco Lalla. Se davvero c’è ancora qualche mistero nella sanguinaria storia di Bilancia, allora non esiste persona migliore al mondo per saperlo che Enrico Zucca, il pm che raccolse la confessione dell’assassino seriale e che con lui instaurò un drammatico rapporto, per poi istruire uno straordinario processo. Dicono che Zucca, che in questi giorni sta chiudendo le indagini sul famigerato assalto alla scuola Diaz durante il G8, andrà presto a trovarlo.

Ma davvero Donato Bilancia ha qualcosa di nuovo da raccontare? Ci sono dei misteri ancora irrisolti in alcuni dei 17 delitti che – per ora – giura di aver commesso, oppure è tutta una manovra per ottenere la revisione del processo? Nelle lettere l’assassino parla a lungo di uno psichiatra (Andreoli?) che lo considera folle: l’obiettivo è tornare in aula e farsi dichiarare “incapace di intendere e di volere”?

Bilancia, arrestato nel maggio ‘98 per l’omicidio di alcune prostitute e di due ragazze sui treni, aveva sorpreso gli investigatori parlando di altri delitti. Al pm Zucca, e solo a lui, aveva voluto raccontare tutta la verità. La “sua” verità. Diciassette omicidi, a partire dal primo che sembrava una morte per crepacuore. Era cominciato con una vendetta nei confronti di due amici che lo avevano tradito, poi si era messo a vedere “tutto nero” e a sparare con la Smith & Wesson. Piccole rapine, il denaro insanguinato perduto sui tavoli verdi del casinò di Sanremo.
Ma durante il primo processo molti avevano segnalato delle apparenti incongruenze. Ricostruzioni zoppicanti, motivazioni fragilissime. Accollandosi tutti i delitti voleva proteggere qualcuno? E quegli ultimi ammazzamenti, così volutamente strampalati, servivano forse a suggerire una perizia psichiatrica in qualche modo favorevole? Il magistrato ha sempre invitato tutti a liberarsi delle “facili suggestioni” e a fare come lui, che si è basato unicamente sui fatti, verificando in mille modi le dichiarazioni del pluriomicida per scoprire che non poteva essere andata che in quel modo.

Umberto Parenti conferma di aver ricevuto la lettera dall’uomo che gli ha ucciso il fratello. “Io lo sapevo, che le cose erano andate diversamente”, dice. Il suo avvocato, Sandro Vaccaro, è invece scettico: “Non posso negare di aver sempre avuto dei dubbi, circa la confessione di Bilancia. Ma quelle lettere mi lasciano perplesso. Ci vorranno elementi concreti per riaprire il procedimento, e comunque limitatamente a qualche delitto”. Sulla stessa lunghezza d’onda gli altri legali coinvolti in quest’ultima vicenda, Stefano Sambugaro e Pietro Bogliolo.

“E’ finita. Giustizia è fatta”, aveva dichiarato Zucca dopo che la Cassazione aveva confermato la pena e la piena capacità di intendere e di volere del serial killer. Ma forse la parola “fine” non è ancora stata scritta. Bilancia non vuole arrendersi.

(31 marzo 2003)

http://www.repubblica.it/online/cronaca/serial/ammette/ammette.html

Omicidio perugia: In bagno dna misto Amanda-Meredith

Posted in Crimini irrisolti on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

Nuove prove della presenza di Amanda Knox sulla scena del delitto di Meredith Kercher.

Gli analisti della polizia scientifica, diretta da Alberto Intini, hanno isolato nei loro laboratori di biologia altre due tracce miste del dna delle due giovani nel rilevate nel bagno della casa della vittima. Una prima traccia è stata isolata sullo scolo del lavandino, lateralmente al tappo: l’ipotesi degli investigatori è che Amanda, sporca del sangue di Meredith, si sia lavata le mani mescolando al sangue della vittima il suo, proveniente da una ferita o fuoriuscito dal naso in seguito ad una epistassi. Una seconda traccia, sempre mista, stavolta da contatto, è invece quella isolata su una confezione di bastoncini per la pulizia delle orecchie, trovata sempre nello stesso ambiente. Nel medesimo bagno, gli esperti della scientifica avevano già trovato tracce del sangue di Amanda nel lavandino e un’altra traccia mista del dna di Amanda e Meredith nello scolo del bidet.

AGI

http://newscontrol.repubblica.it/item/398176/omicidio-perugia-in-bagno-dna-misto-amanda-meredith

Vittime del dovere, della mafia, del terrorismo? Vittime.

Posted in Crimini di mafia on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

di Salvatore Borsellino

venerdì 23 novembre 2007

Pochi giorni dopo la strage di Via D’Amelio mia madre chiamo’ me e le mie sorelle, Rita e Adele e ci chiese di farle incontrare le mamme di quei ragazzi che il 19 Luglio si erano stretti attorno a Paolo mente suonava il campanello della sua casa per proteggerlo nell’unica maniera in cui potevano proteggerlo, con i loro corpi.
Non potevano proteggerlo in altro modo perche’ il prefetto di Palermo Mario Jovine non considerava quella strada un obiettivo a rischio e quindi non ne aveva disposto lo sgombero.

Non potevano proteggerlo perche’ il procuratore Pietro Giammanco, pur essendo al corrente che era gia arrivato in citta’ il carico di tritolo per l’assassinio di Paolo, non aveva ritenuto necessario avvertilo del pericolo imcombente.
O anche peggio come forse potremmo sapere se si venisse a conoscere il reale contenuto della strana telefonata che lo stesso Giammanco fece a Paolo alle 7 di mattina dei quel 19 Luglio nel corso della quale la moglie Agnese senti’ Paolo gridare la sua rabbia al telefono in faccia a quello che avrebbe dovuto essere il suo capo e, in quanto tale, avrebbe avuto il dovere di vigilare sulla sua incolluità.

Lo stesso Giammanco del quale, come ha dichiarato l’allora Maresciallo del carabinieri Carmelo Canale, Paolo aveva intenzione di chiedere l’arresto perche’ si potesse scoprire quello di cui era a conoscenza sull’omicidio Lima, il referente politico, in Sicilia, del senatore a vita Giulio Andreotti.
Grazie alla protezione dei corpi di quei ragazzi che si stringevano introno a lui Paolo rimase quasi intero dopo lo scoppio tanto che sua figlia Lucia, che volle correre ad abbracciarlo per l’ultima volta, ci pote’ dire che Paolo sembrava quasi sorridere, aveva i baffi e la faccia aneriti dal fumo ma sembrava sorridere.

Ma di quei ragazzi non si trovo’ quasi niente, una mano fu trovata in un balcone dei piani alti, un altro venne ricososciuto solo per una brandello del vestito, i pezzi di Emanuela Loi poterono essere riconosciuti solo perche’ era l’unica donna che faceva parte della scorta.
E in quelle bare che furono testimoni muti della rivolta dei palermitani, alla cattedrale di Paermo, contro quel branco di avvoltoi che, scacciati da noi familiari dal funerale di Paolo, volevano almeno sedersi in prima fila ai funerali degli agenti di scorta, non c’era quasi nulla.

Anche se questo non impedì ad uno Stato che mi vergogno a chiamare con questo nome, di richiedere ai gentori di Emanuela Loi il costo del trasporto di quella bara vuota da Palermo a Cagliari.
Mia madre volle incontrare i genitori di quei ragazzi per chiedere di baciare loro, uno per uno, le mani perche’ come disse loro, avevano donato la vita dei loro figli per quella di suo figlio.
Ed oggi uno Stato sempre piu’ indegno, uno Stato di cui sono costretto a vergognarmi di fare parte, uno Stato che mi fa vergognare di essere italiano, costringe i genitori, i figli, i fratelli, i parenti di questi ragazzi e di tante altre vittime della criminalita’ mafiosa, se non dello stesso Stato, a incatenarsi ai cancelli della Prefettura di Palermo per reclamare a voce alta i loro diritti.

Non, badiamo bene diritti economici di un vitalizio equiparato a quelle delle vittime del terrorismo, che pure spetterebbe loro di diritto, ma il diritto a che la loro dignità venga riconosciuta, il diritto a che non vengano cosiderati come vittime di classe inferiore, il diritto a che nelle commemorazioni che pur servono da passerella a politici i cerca di visibilita’, i loro figli, i loro padri, i loro parenti non vengano denominato sbrigativamente “ragazzi della scorta” ma, come è loro diritto, con i loro nomi.

Ma allora perche’ Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non vengono chiamati “i giudici del pool” e basta, forse perche’ la gente si indignerebbe a non sentire i nomi di quelli che considera degli eroi?
Ma perche’ forse non sono degli eroi anche Agostino Catalano,Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Rocco Di Cillo, Antonio Maontinari, Vito Schifani. Anche di Francesca Morvillo non viene spesso pronunziato il nome, come se non fosse morta anche lei accanto a Giovanni.
A fronte di caiscuno di questi nomi, e della serie interminabili di nomi di eroi che non vengono mai nominati ciascuno di noi non dovrebbe nemmeno solo alsarsi in piedi, ma mettersi in ginocchio, e invece li costringiamo ad incaternarsi ai cancelli di una prefettura per reclama il rispetto della loro dignita’.

Io chiedo perdono a Sonia Alfano e a quelli che come lei stanno portando avanti questa lotta nel nome di tutti per non essere li insieme a loro, per non essermi incatenato insieme a loro come di sicuro avrebbe voluto e ci avrebbe ordinato di fare mia mamma se fosse ancora in vita.
Vi chiedo perdono, la lotta che stiamo combattendo ha troppi fronti e non sempre si riesce ad essere dove il nostro cuore ci vorrebbe portare, ma sappiate che sono insieme a voi, che Paolo Borsellino è insieme a voi e che insieme a lui la lotta di tutti noi, di tutti noi uniti, riuscira’ a realizzare il sogno di giustizia e di liberta’ per cui sono morti i vostri figli, i vostri padri, i vostri compagni, i vostri fratelli.

Salvatore Borsellino

http://ammazzatecitutti.org/

Come difendersi dalle sette

Posted in Antisette on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

 dal convegno “Menti in ostaggio”.

di Chiara Guarascio

L’organizzazione è stata davvero impeccabile, hanno pensato veramente a tutto, coffee break e pranzo compresi! I relatori tutti preparati ma soprattutto personalmente coinvolti sull’argomento e il pubblico numeroso, partecipe e tutt’altro che passivo. Quando un argomento non convinceva i presenti non si sono tirati indietro (giustamente) nemmeno di fronte al titolo del relatore. Molte persone presenti hanno avuto esperienze personali o di amici e parenti coinvolti in sette, anche tuttora.
Cosa è scaturito dai lavori: (brevemente, poi posterò un articolo più dettagliato; ho in mente una sorta di vademecum autodifensivo nei confronti del proselitismo/reclutamento da parte di gruppi e sette):

1. Chiunque è a rischio. Già si sapeva ma è stato sottolineato che nessuno di noi è esente da momenti di vulnerabilità di cui i reclutatori sono addestrati ad approfittare. Un lutto, un momento di difficoltà economica, la rottura di una relazione possono capitare a tutti.

2. La famiglia è responsabile fino a un certo punto. Non solo chi è trascurato e/o maltrattato in famiglia può venire risucchiato da una setta, anzi. Erano presenti persone che hanno sempre amato e dato attenzioni ai figli (o ai coniugi), che però hanno perso ugualmente, spariti dietro le promesse di qualche santone/a, guru, gruppo pseudoreligioso.

3. I meccanismi di persuasione sono, come avevo già accennato in altri post, graduali e subdoli. Tra questi ci sono la “previsione” di come reagirà la famiglia, cosa che avviene puntualmente, rafforzando l’attrazione verso la setta. Ma anche il noto iniziale “bombardamento d’amore” e di attenzioni con cui il nuovo arrivato viene accolto dagli altri adepti.

4. L’età delle vittime non è solo giovanile. Anche adulti e anziani possono finire dentro il meccanismo tritura-cervello delle sette. E il guaio grosso e che spesso si portano dietro i figli, anche piccolissimi, il cui condizionamento ovviamente è davvero facile.

5.Purtroppo c’è un vuoto legislativo che rende sia le sette che i loro leader virtualmente impunibili, a meno che non compiano reati gravi (omicidio, violenza sessuale, truffa) dimostrabili. Un maggiorenne in grado di intendere e di volere in Italia può fare quello che vuole, seguire chi vuole e anche dargli tutti i suoi soldi. Il reato di “plagio” (era l’articolo 603 del Codice Penale: chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione, e’ punito con la reclusione da cinque a quindici anni) è stato abolito per illegittimità costituzionale, con la sentenza 96 del 1981 (testo integrale qui: http://www.cesnur.org/2004/plagio.htm) in quanto definito troppo “nebuloso” ovvero aperto a varie interpretazioni.

6. Non tutte le sette sono ugualmente pericolose. Ci sono quelle considerate “sane”, dedicate DAVVERO ad attività umanitarie e caritatevoli, che non costringono gli appartenenti a particolari codici comportamentali e non ne impediscono la comunicazione con la famiglia e la società “esterna”. Inoltre i membri sono liberi di uscire quando vogliono, cosa che non comporterà loro alcuna sanzione nè l’impedimento a frequentare chi invece vi rimane. E ci sono quelle “malate”, capeggiate da un leader deviante che inesorabilmente attrae persone con i suoi stessi problemi. La setta in questo caso è guidata in modo autoritario verso gli obiettivi del leader che sono sempre gli stessi: potere, soldi e sesso. Al posto di un leader unico ci può essere una sorta di “direttivo”, ma i risultati non cambiano: i membri della setta sono manipolati tramite il condizionamento mentale e la paura. Infatti il messaggio di queste sette è inevitabilmente apocalittico: solo l’assoluta fedeltà degli adepti li salverà da una fine orribile. Le famiglie degli adepti sono assorbite a loro volta o inesorabilmente tagliate fuori, mediante un meccanismo di demonizzazione di chiunque si opponga al pensiero della setta.

7. Come avevo già scritto, l’attrazione che certe persone provano per il messaggio delle sette è favorita da una drastica semplificazione della vita e del pensiero. Vivere e pensare è faticoso, spesso fa male. Loro esentano chi li segue dal farlo, sollevano dalle responsabilità, in quanto pianificano ora per ora l’esistenza dell’adepto. Tutto allora si divide in bianco o nero, male o bene, buono o cattivo. Non c’è bisogno di pensare: la setta lo fa per voi. Non dovete più fare la fatica di scegliere, prendere decisioni, fare distinzioni. La setta lo fa per voi.

8. Questo lo aggiungo io: una delle cose che rende più difficile difendersi dalle sette è che nessuna di loro ammette di esserlo. Nessuno dirà mai “Ciao, noi siamo una setta che controllerà tutti i tuoi pensieri facendoti vivere nel terrore. Allora, ti unisci a noi?” In questo modo nemmeno il più sprovveduto idiota ci cascherebbe! Provate a dire a uno di quei gentili signori che vi offrono i volantini su Come Salvarsi Dalla Distruzione Dell’Umanità che sono una setta. Ma quando mai! Loro sono un gruppo, un’associazione profondamente devota a Dio che ha a cuore solo ed esclusivamente la Vostra Salvezza! E come loro tutti gli altri.

9. Discorso a parte per le sette sataniche. La maggior parte di loro, anche questo l’abbiamo detto, sono gruppetti di ragazzotti annoiati che si vestono di nero e ascoltano Marylin Manson (che per inciso io ritengo un genio commerciale, in quanto ha saputo sfruttare una tendenza per fare tanti soldini). Ogni tanto si ritrovano, accendono una candela nera a forma di fallo e scuoiano qualche povero gatto di passaggio dopo aver disegnato stelle a 5 punte e numeri 666 sui muri. Il problema non è questo (tranne che per i gatti, ricordo che il maltrattamento degli animali è reato). Il problema è che spesso queste dinamiche sfuggono al loro controllo e allora giù droga e alcol come se piovesse e sesso, consenziente o meno. Da qui alla violenza, anche grave, il passo è breve. Morire (nel vero senso della parola)di noia, nella provincia italiana, è facile. Fanno parte di questa dinamica le corse notturne con le macchine dei papà, le botte date ai più deboli, il teppismo negli stadi. E la violenza verso tutto e tutti. Tirare fuori un coltello e affondarlo nell’addome di un coetaneo è un attimo. La motivazione, 99 volte su 100, è inconsistente. E il restante 1% idiota.

Cosa possiamo fare noi.

Noi intesi come società e come famiglia, ma anche come singoli cittadini con senso di responsabilità. Una sola cosa, visto che le Forze dell’Ordine, nonostante le ammirevoli Squadre Antisette, sono virtualmente impotenti. INFORMARE. Così come sto facendo io. Fate copia e incolla degli articoli sulle sette e ficcateli sui vostri blog e siti. Io non vi chiederò il copyright, anzi dichiaro quest’articolo COPYLEFT e vi esorto a diffonderlo. Poi, ripeto, stilerò un vademecum ancora più facile da capire e diffondere.

 http://www.crimine.net/wp/?p=74