Fratelli di Sangue

Posted in Libri & manuali on Febbraio 22, 2009 by italiancrimes

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Nicotera 28 febbraio ore 10:30
Liceo classico – sala biblioteca

Saluti delle autorità civili, religiose e militariPortavoce movimento antimafia “e adesso ammazzateci tutti”

Introduzione

Aldo Pecora

Giovanna Fronte
Referente associazione antimafia “libera” – Vibo Valentia

Interventi

Nicola Gratteri
Procuratore aggiunto presso la Distrettuale Antimafia di Reggio di Calabria

Antonio Nicaso
Storico delle organizzazioni criminali

Moderatore

Giuseppe Neri

Preside Liceo Classico e ITIS Nicotera

Promosso da

Amministrazione comunale NicoteraCollaborazione

Movimento antimafia “e adesso ammazzateci tutti”

Fondazione Antonino ScopellitiPatrocinio

Amministrazione comunale Nicotera
assessorato politiche giovanili
Direzione

Lia Staropoli
Coordinatrice movimento antimafia “e adesso ammazzateci tutti”

Domenico Battaglia
Assessore alle politiche giovanili di Nicotera

info
3807281526
liastaropoli@libero.it
ass.lavoronicotera@libero.it

Il coraggioso appello di Rosanna Scopelliti rivolto ai boss della ‘ndrangheta.

Posted in Crimini di mafia on Agosto 25, 2008 by italiancrimes

 « Chiedo alle famiglie malavitose reggine di raccontare ciò che sanno, affinché si possa ristabilire la verità sulla morte di mio padre » Dice  Rosanna Scopelliti, figlia del magistrato Antonino Scopelliti, ucciso il 9 agosto del 1991 a Campo Calabro. In un altro paese, queste parole severe di Rosanna Scopelliti , rivolte agli spietati  boss della ‘ndrangheta, pronunciate dal palco di Piazza Duomo durante la seconda giornata di “Legalitàlia”, avrebbero avuto sicuramente più rilievo, mentre invece rischiano di rimanere isolate e di essere dimenticate come l’omicidio del giudice Scopelliti . In una Calabria che ha visto nascere e morire degli eroi, nonostante i calabresi se ne dimentichino subito, forse perché “ricordare” significa anche “sapere” e talvolta chi sa troppo corre anche dei rischi. Allora meglio fingere che non sia successo nulla, o che certe cose siano “normali” perché infondo dobbiamo conviverci con certe convinzioni, dove l’omertà è la regola e la giustizia è l’eccezione, dove il rispetto si deve agli “uomini d’onore” e non a chi muore per contrastarli. Dove  chi indossa una toga o una divisa viene definito “cani”, perché non merita di essere considerato un uomo, “gli uomini” per questa cultura deviata, sono solo coloro che appartengono alle cosche o che si sottomettono ad esse, mentre gli altri sono tutti “cani”,  “infami”  o “sbirri”. Proprio il timore di perdere il prestigio all’interno della cosca impedisce agli affiliati di parlare e di pentirsi contravvenendo alle regole della ‘ndrangheta, prestigio guadagnato prendendo parte agli omicidi più efferati. Per loro sarebbe l’offesa peggiore essere definiti “pentiti” o “infami” , plasmati con questi precetti conoscono solo questa moralità, trasmessa fin dall’infanzia da madri che tenendo il Rosario in mano imprecano vendetta, e da padri che offrono devozione a Dio tra un omicidio e un’estorsione. Un’ esistenza paradossale quanto le parole che pronuncia la gente nei loro confronti “brava genti!”, “brave persone!”. Come se l’onestà non fosse mai stata un parametro fondamentale per conferire stima e riverenza in questa terra.

 “Abbiate il coraggio di parlare, voi che vi fate chiamare uomini d’onore. Ma quale onore? Personalmente, non riesco proprio a immaginare come i vostri figli possano essere orgogliosi di voi, così come io lo sono sempre stata di mio padre.” Continua Rosanna Scopelliti e rivolgendosi all’intera società civile : “Occorre scegliere da che parte stare, e subito, non si possono delegare valori come giustizia e legalità allo Stato, perché lo Stato siamo anche noi.” E ancora: “Non bisogna mai avere paura, non permettere che pochi delinquenti condizionino la vita di noi cittadini onesti, che siamo la stragrande maggioranza. Questa è una terra bellissima, mio padre ha continuato ad amarla fino all’ultimo, quando ha rifiutato la scorta perché diceva che in Calabria si sentiva al sicuro. Invece, è stato ucciso proprio nella sua Campo Calabro, a pochi passi da casa. Quando si è dalla parte del giusto, non si può avere paura: è questo il più grande insegnamento che egli mi abbia lasciato.”

 

Lia Staropoli  ”ammazzatecitutti”

 

 

 

I miracolati della decorrenza dei termini

Posted in Crimini di mafia on Giugno 29, 2008 by italiancrimes

E lo schifo della “giustizia italiana” si fa sentire anche qui in Puglia, dove, a Foggia Gennaro Giovanditto, accusato di ben 13 delitti, potrebbe essere fuori per decorrenza dei termini. E’ ritenuto uno dei sicari più sanguinari del Clan Libergolis che ha partecipato alla terribile Faida del Gargano. Insieme a lui sono tornati liberi il presunto boss Armando Libergolis e Giovanni Cirella tutti e due accusati per associazione mafiosa, armi, traffico di droga e omicidio; cinque il primo ed uno il secondo.

I miracolati della decorrenza dei termini furono arrestati in un bliz dei carabinieri nel 2004 e furono smantellati i clan protagonisti delle diverse faide della zona.

La famosa faida del Gargano ha prodotto a Monte Sant’Angelo, un paesino di 16mila abitanti, 35 omicidi in trent’anni.

E così ancora una volta il lavoro dei carabinieri, della polizia e dei magistrati è stato prettamente inutile, perché ha rivinto quella giustizia malata che ormai trionfa già da troppo tempo nel nostro paese. Dal nord al sud, almeno qui non siamo diversi.

Il processo di primo grado è ancora in corso alla Corte d’assise di Foggia. E tra circa un mese, i termini scadranno per altri dieci imputati. Tra questi Franco Libergolis, fratello di Armando, accusato di due omicidi, associazione mafiosa, estorsioni e spaccio di sostanze stupefacenti.

Molto probabilmente in questi giorni i miracolati staranno festeggiando nelle loro campagne, accompagnati anche da queste bellissime giornate di sole e afa. Staranno festeggiando la loro scarcerazione dovuta ai capricci di certi PM che hanno voluto la trascrizione di tutte le intercettazioni. Capricci su capricci che fanno del male alla nostra regione, a noi e a tutte quelle persone che tengono ancora alla loro terra e che non vogliono vederla conquistata da questi uomini di disonore.

Molte testate dicono che con la scarcerazione dei pilastri del clan Libergolis, farà riprendere la faida del Gargano.

E mentre i sindaci litigano con i legali dei presunti boss , e hanno intenzione di scrivere all’illustrissimo Ministro della Giustizia, il dato che mi inquieta di più e che la gente non ha paura, alla gente non interessa. Ma mi chiedo come non può interessare una vicenda del genere? Dobbiamo imparare ad essere più gelosi della nostra terra, dobbiamo imparare che non è giusto che dei mafiosi siano scarcerati, dobbiamo imparare a sentire nostra questa terra e a difenderla a tutti i costi. Forse è tanto?.

Nelfrattempo a Monte Sant’angelo il primo cittadino non sa cosa dire ai parenti delle 30 vittime della faida, i legali ribadiscono che le trascrizioni e i testimoni sono troppi e non si poteva procedere altrimenti.

E cosi per i capricci dei Pm e a questo punto per la pigrizia dei trascrittori, il processo delle faida del Gargano, che ha prodotto 30 morti, se ne va ai pesci con la scarcerazioni dei mafiosi o più semplicemente di assassini. Come dice una canzone di Battiato la primavera intanto tarda ad arrivar…(anche qui in Puglia).

Silvia Milani movimento antimafia AmmazzateciTutti coordinamento Puglia

http://www.puglia.ammazzatecitutti.org/

Fratelli di sangue

Posted in Libri & manuali on Giugno 24, 2008 by liastaropoli

Vi consiglio un libro per conoscere la ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale più sottovalutata della storia, e per questo ha avuto modo di espandersi e di arricchirsi a dismiura. Scritto da uno storico delle organizzazioni criminali il prof. Antonio Nicaso e da un magistrato in prima linea contro la ‘ndrangheta, Nicola Gratteri.

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Titolo: Fratelli di sangue
Autori: Gratteri Nicola, Nicaso Antonio
Editore: Pellegrini
Data di Pubblicazione: 2006
Pagine: 320

 

La ‘ndrangheta è ricca, forse più ricca di Cosa Nostra. Ha un volume di affari che si aggira intorno ai 36 miliardi di euro. È potente, pervasiva, ha ramificazioni internazionali, ma non fa notizia. Nicola Gratteri e Antonio Nicaso fanno notizia. E ci si immergono fino al collo a raccontare la potenza e le possanza della ‘ndrangheta. E non a caso. Nicola Gratteri è sostituto Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, da sempre in prima linea contro mafie e fenomeni malavitosi. Antonio Nicaso parte dalla ‘ndrangheta e alla ‘ndrangheta arriva con la scrittura , la perizia giornalistica, la ricerca scientifica e l’inchiesta. A quattro mani stilano in questo volume il fascinoso racconto della camaleontica metamorfosi di un’organizzazione che, felpata e quasi impercettibile, giganteggia ovunque riuscendo bene ad adeguarsi alle nuove esigenze del mercato, senza mai venire meno alle proprie caratteristiche, alle proprie regole e ai propri valori, come il silenzio e il vincolo di sangue. Da qualche decennio, è leader incontrastata nel traffico di cocaina dal Sud America verso l’Europa, ma per molti continua ad essere una versione stracciona, casareccia della mafia siciliana, un fenomeno tipico dell’arretratezza, rinchiuso in Calabria nella monocultura delle faide.

The grey zone

Posted in Crimini di mafia on Maggio 31, 2008 by italiancrimes

La linea di demarcazione tra legalità ed illegalità, tra onestà e disonestà, tra bianco e nero non è mai definita,vi è una zona grigia che conta al suoi interno diverse sfumature di consenso alla criminalità organizzata,talvolta tra di loro opposte,infatti ci sono gli omertosi perchè temono di suscitare ritorsioni violente da parte dei mafiosi,e ci sono anche coloro che scelgono di tacere perchè conniventi,quindi in caso di indagini e processi nei confronti dei propri “compari” verrebbero lesi anche i propri interessi il più delle volte economici.
Nella zona grigia ci sono i politici che in cambio di voti concedono appalti e ci sono le vittime delle estorsioni che temono per la propria vita,ma ci sono anche i peggiori: i menefreghisti,che troppo distratti e disattenti ci hanno consegnati tutti da generazioni nelle mani dei mafiosi,sono quelli che conferiscono maggiore potere alla forza intimidatrice della criminalità, ma non perchè la temono,semplicemente perchè se ne fregano,forse perchè credono erroneamente che la ‘ndrangheta,la camorra,cosa nostra e la sacra corona unita siano un fenomeno circoscritto a poche zone del sud, ma si sbagliano, perchè la mafia non investe al sud, la Calabria rimane sempre povera. La mafia investe nelle regioni ricche dove può riciclare e guadagnare. E non pensate ai boss come a banditi di cultura agro pastorale che vivono sull’ Aspromonte, perchè non lo sono più,ma sono degli abili imprenditori e degli scaltri giuristi.E i politici collusi, i prestanome, i corrotti e gli omertosi tutto questo lo sanno.

Lia Staropoli

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I figli della ‘ndrangheta – Intervista ad Antonio Nicaso

Posted in Crimini di mafia on Marzo 4, 2008 by liastaropoli
di Lia Staropoli   
giovedì 20 marzo 2008
Antonio Nicaso Nella ‘ndrangeta si entra per legami di sangue oppure per “meriti” anche se per esserne complici basta davvero poco, è sufficiente il silenzio dell’omertà.
Questa organizzazione criminale è strutturata in maniera stabile,vincolata alle sue regole e tradizioni, ma prevede un sistema di reclutamento finalizzato alla conservazione del potere come una fredda macchina programmata ad ampliare se stessa.A questo proposito ho posto alcune domande prof. Antonio Nicaso,considerato uno dei massimi studiosi della ‘ndrangheta del mondo,storico delle organizzazioni criminali, autore di “’Ndrangheta le radici dell’odio”,di “Fratelli di sangue” scritto insieme a Nicola Gratteri,e autore di altri quindici libri.
Professore, inerente all’argomento dei “picciotti lisci” intenti a reclutare i c.d. “contrasti onorati “,ovvero giovani non affiliati che però hanno i requisiti per diventarlo,potrebbe chiarirmi meglio quali sono queste qualifiche?
I giovani vengono reclutati per i loro vincoli parentali, ma anche per la loro capacita’. Quando superano la prova dell’affidabilita’ (vengono monitorati, guardati, osservati) diventano contrasti onorati, un pre-requisito per acquisire successivamente la carica di picciotto.

Ci sono dei parametri precisi di valutazione che riguardano i meriti per essere candidati come contrasti onorati? Sono i picciotti lisci che si accostano al potenziale contrasto onorato o in genere è il ragazzo che ambisce l’appartenenza al clan?
Spesso sono i picciotti lisci a reclutare i contrasti onorati. Nei piccoli paesi quelli che sanno “campare” si notano subito. Il metodo e’ quello della cooptazione. Si entra solo per chiamata diretta. Non ci sono concorsi. Un giovane non può chiedere di entrare. Deve farsi apprezzare, deve farsi valere. Può frequentarli, ma non può autocandidarsi.

Quindi i picciotti lisci adescano i coetanei soprattutto quelli che si distinguono per azioni delittuose.
Esatto e poi propongono la loro cooptazione ai superiori. Spesso si assumono la responsabilità di “portarli dentro l’organizzazione”. Quindi devono essere sicuri di fare la scelta giusta e di puntare sul giovane giusto. Se il giovane si rivela un bluff, le responsabilità ricadono sul proponente

E quali potrebbero essere le “sanzioni” per l’uno e per l’altro?

Le sanzioni sono gravi e possono arrivare anche all’eliminazione degli “infami”. Il tradimento, la delazione non sono ammessi.

Il giudice Borsellino diceva: “se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo” in quanti modi la gioventù presta il consenso alla mafia?
Tanti. Spesso anche solo con il silenzio.

Si parla di battesimo per coloro che hanno meriti di sangue a soli 14 anni, qual’ è l’età media dei picciotti lisci,di sgarro o dei contrasti onorati?
L’unica deroga riguarda i figli dei mafiosi che possono entrare a 14 anni. Ma poi devono riconfermare i “voti” quando raggiungono l’età adulta .

Iniziano comunque l’indottrinamento molto presto come scriveva , In una lettera inviata dal carcere a Paolo Bruno Esquisone , boss di Bova Marina, don Mico Tripodo capobastone di Sambatello ” vi raccomando di stare attento perché il mondo che tutto infame. Se vi occorre della gioventù curatevela voi stesso sempre persone conoscenti vostre “…
Esatto, il monitoraggio avviene prima del reclutamento. Tripodo invitava i suoi a “crearsi” i nuovi quadri.

In modo molto esplicito, da cosa devo dire di diffidare ai giovani miei conterranei?
Dalla malapolitica e dagli ipocriti, quelli che promettono. I giovani devono fare rete, affrontare temi importanti. Convincersi di essere protagonisti di un grande progetto, quello del rinnovamento della nostra società che non può essere regolata solo e soltanto dalla cultura dello scambio,non possiamo più essere prigionieri del bisogno,è necessario scendere in campo, fare politica, sfidare i vecchi schemi senza farsi condizionare dal bisogno, dalla raccomandazione.

Lia Staropoli  Ammazzateci tutti – Coordinamento Vibo Valentia

www.ammazzatecitutti.org

Sette e culti: L’importanza dell’esperienza personale

Posted in Antisette on Dicembre 30, 2007 by italiancrimes

di Chiara Guarascio 

tratto da  http://1922criminalmagazine.info/index.php?option=com_content&task=view&id=149&Itemid=2

Si fa un gran parlare di sette e culti… Spesso l’argomento è trattato da fior di criminologi, sociologi, psicologi e psichiatri, tutti preparatissimi in teoria. La maggior parte di loro si sente in dovere di esternare le proprie conoscenze sulla carta stampata, e visto che il filone “tira”, giù libri a vagonate. Dettagliati, interessanti, approfonditi, certo. Però c’è una caratteristica che accomuna la stragrande maggioranza di questi esperti: il fatto di non avere la benché minima idea di cosa passi per la testa di un “adepto”, per il semplice fatto di non aver mai vissuto sulla propria pelle un’esperienza di vita in una setta, in un’organizzazione o comunque in un gruppo a controllo mentale. Intervistare centinaia di fuoriusciti e le famiglie di chi è tuttora invischiato nella realtà settaria non è la stessa cosa. Non a caso Steve Hassan, autore di “Mentalmente liberi”, sostiene che i migliori “exit counselor” (persone che aiutano chi vuole uscire da un gruppo a controllo mentale e le famiglie, in alcuni casi il termine è tradotto, non del tutto propriamente con “deprogrammatori”) sono ex adepti: persone che ce l’hanno fatta a superare il condizionamento mentale e si sono svincolate dal gruppo, dal santone, dal guru che dir si voglia. Prima di affrontare un breve viaggio nella testa di un adepto, ricordo rapidamente gli otto criteri di Robert J. Lifton sul controllo mentale:

1. controllo dell’ambiente
2. manipolazione mistica (o spontaneità programmata)
3. esigenza di purezza
4. confessione
5. scienza sacra
6. gergo interno
7. la dottrina prima della persona
8. concessione dell’esistenza

1. il controllo dell’ambiente è il controllo della comunicazione in un dato ambiente sociale: si arriva al convincimento che il possesso della verità sia un’esclusiva del gruppo. Il controllo del contesto sociale viene attuato tramite l’isolamento da altre persone, la pressione psicologica, la distanza geografica, ecc.
2. I principi dottrinali vengono esposti con forza e rivendicati come esclusivi, in modo che il culto e i suoi dogmi diventino l’unica vera via di salvezza. Il tutto viene gestito “dall’alto”, ma organizzato in modo che sembri sorgere spontaneamente dalla persona manipolata.
3. viene attuata una radicale separazione tra puro e impuro, bene o male buono o cattivo: chi sta dentro è nel bene, tutto ciò che è fuori è male. Vengono stimolati i sensi di colpa e inadeguatezza proprio per esercitare una forte influenza sull’adepto e spingerlo al cambiamento richiesto.
4. di solito le sedute di “confessione” si svolgono in un clima di critica e autocritica. Confessare i “peccati” commessi prima dell’ingresso nel gruppo ha una duplice funzione: fare (ancora) leva sul senso di colpa dell’adepto e ottenere importanti informazioni sul suo conto, in modo da poterlo eventualmente ricattare in caso di uscita dal gruppo.
5. “scienza sacra”: ovvero la spiegazione di concetti spirituali dal punto di vista scientifico: dà sicurezza a chi non ce l’ha perché semplifica molto la vita e conferisce serietà intellettuale al gruppo.
6. il gergo interno è una struttura linguistica in cui parole e immagini diventano principi dottrinali. Il linguaggio è semplificato, spesso ridotto a slogan, a cliché. L’impressione data all’adepto è duplice: poter comprendere tematiche altrimenti troppo complesse, e fortificare il senso di appartenenza al gruppo.
7. la dottrina diventa un vero e proprio dogma, da non mettere mai in discussione. Anche se l’adepto percepisce una contraddizione tra ciò che sente e ciò che dovrebbe sentire, il senso di colpa e di inadeguatezza in lui ingenerati vengono utilizzati per sottolineare la sua impurità (“non capisco questi concetti perché non sono abbastanza elevato spiritualmente: devo impegnarmi di più”).
8. agli occhi di una persona convinta di detenere la verità assoluta, tutti quelli che non hanno “visto la luce” e non hanno abbracciato quella stessa verità sono caduti nel male e non hanno diritto di esistere. Solo facendo loro intraprendere la stessa strada è possibile salvarli: ecco il motivo del grande impegno di certi culti a fare proselitismo (o almeno questo è quello che crede chi viene mandato a fare proselitismo, le reali intenzioni dei vertici spesso sono diverse).
Questo è ciò che si trova scritto. Non è difficilmente comprensibile a livello teorico. Eppure chi osserva da fuori spesso non può evitare di pensare “Sì, va bene, ma in fin dei conti chi finisce in queste dinamiche qualche problema deve pur averlo. Alle persone sane fisicamente e mentalmente e con una famiglia normale NON può succedere”. In effetti le prede più vulnerabili dei “reclutatori” sono persone che vivono un momento difficile: un lutto, una separazione, una perdita economica, una malattia…Viene loro fornita la spiegazione del PERCHE’ sta succedendo tutto questo, nonché la soluzione, immediata, semplice. Unisciti a noi: potrai capire, potrai risolvere, potrai tornare felice come e più di prima e soprattutto…aiutare gli altri! Sì, tu! Tu sei importante, noi ti amiamo, ti ammiriamo, ti consideriamo una persona SPECIALE, di valore! Ed ecco che parte il “love bombing”, una bomba d’amore che sommerge il nuovo arrivato, lo fa sentire, forse per la prima volta, importante. “Però quella è una persona con problemi seri: lutti, malattie, pochi soldi…Sfido che ci casca!” No, non è nemmeno così facile. Quando viene detto “TUTTI sono potenziali prede delle sette, senza esclusioni”, il 99% di chi ascolta pensa “non è vero. A ME non potrebbe succedere”. Dopo un seminario organizzato dall’ONAP sui pericoli delle sette e sulle tecniche di reclutamento, durante il quale ho parlato per un’ora di seguito della mia esperienza in un gruppo new age, al quale per anni ho regalato soldi, energie, tempo e non ultima la mia mente, sono stata avvicinata da una giovane ragazza. Mi ha rivolto questa domanda: “Ma come è possibile che tu non ti sia accorta che tutte quelle che ti propinavano erano assurdità? Non era chiaro che ti stavano raggirando?”
Questa domanda mi ha ferita. Molto. In primo luogo perché dopo aver spiegato con moltissimi esempi che anche la persona più intelligente e colta può cadere in uno di questi “giri”, mi sembrava di aver soltanto sprecato il fiato. In secondo luogo perché mi ha fatta sentire terribilmente stupida, che è la cosa PEGGIORE che si possa fare a un ex adepto. Però mi ha anche dato modo di riflettere, e di elaborare una “strategia” comunicativa che possa far veramente capire all’osservatore esterno la facilità con cui la mente di chiunque può essere plasmata. Lasciamo per un momento perdere tutte le pur validissime teorie e passiamo ad esempi pratici, che nella mia esperienza sono il modo migliore di spiegare concetti altrimenti incomprensibili. L’esempio migliore è quello della mia esperienza. Perché un bel giorno mi sono ritrovata seduta a gambe incrociate sul pavimento a salmodiare mantra, visualizzare le mie vite passate e comunicare con gli spiriti guida insieme ad altre 20 persone? Perché mi sono convinta di avere poteri di guarigione, essere in grado di trasmetterli agli altri e avere il totale controllo sulla realtà?
La mia famiglia è sempre stata unita, presente e affettuosa. Mi hanno insegnato ad essere responsabile, a ottenere ciò che desideravo con l’impegno e sono sempre stata ragionevolmente libera di fare le mie esperienze. Si sente dire da alcuni “esperti” che gli adepti delle sette provengono sempre da famiglie “disfunzionali”. Addirittura ho sentito dire “forse è meglio che la persona in questione stia nella setta piuttosto che a casa, considerati i genitori…” Che sia vero o meno, non era il mio caso. Sono sempre stata una persona equilibrata, non ho subito (fortunatamente) disgrazie di alcun tipo, se si fa eccezione per il normale avvicendarsi dei fatti della vita (la morte del nonno, un piccolo incidente, un insuccesso scolastico).
Ero semplicemente disorientata (appena laureata non vedevo grandi prospettive professionali e comunque non avevo le idee chiare) e come molti giovani, insoddisfatta di me stessa. Capita. A moltissime persone: non occorre avere uno squilibrio psicologico, una famiglia disfunzionale o un qualche accidente in corso. Come si può notare, la “rosa” dei potenziali adepti si amplia a dismisura. Non solo i depressi e i figli di divorziati (o i divorziati stessi), quindi. Ma tante, tantissime persone.
Un altro mito da sfatare, a mio modesto parere, è che mettere in guardia le persone dicendo loro che le sette operano una vera e propria riprogrammazione dell’io, cambiando l’ identità degli adepti, può essere un’arma a doppio taglio. Io VOLEVO cambiare identità. La mia mi faceva sentire a disagio, anzi era la causa diretta del mio disagio. Non mi piacevo e volevo cambiare. Quando ho avuto la possibilità di diventare una sorta di dea in Terra (ricordo che per la new age l’uomo e Dio sono la stessa cosa), a patto di CAMBIARE molti aspetti della mia vita, non ci ho pensato due volte. Ho sempre detestato il contatto fisico con gli sconosciuti: nel famoso “gruppo” mi sono ritrovata in grandi abbracci collettivi, e per fortuna la cosa è finita lì, almeno fino a quando ci sono stata io. E me lo sono fatto piacere! Così come il rivelare dettagli assolutamente privati della mia vita a perfetti estranei, danzare in circolo e “parlare” con gli angeli del karma. I miei problemi appartenevano a un’altra dimensione, IO ero un’altra. Sono cominciati i litigi in famiglia e, a causa di un drastico cambiamento di alimentazione, assolutamente non adatto a me, anche i problemi fisici. Ma la strada era quella giusta, IO era una prescelta: con la sola volontà e qualche simbolo esoterico potevo controllare ogni aspetto della mia vita, passato, presente e futuro. Il fatto è che lo desideravo davvero, e ci credevo. Nonostante l’incongruenza di molte nozioni che apprendevo, dell’assurdità dei libri che compravo a pacchi, dell’impossibilità di verificare tutte quelle teorie strampalate.
Io, persona normale, colta, di famiglia tranquilla, ci sono cascata. Cercavo disperatamente una risposta (pur non conoscendo nemmeno la domanda) e loro ce l’avevano, lì, pronta, a disposizione. Tutto era diventato più semplice, l’inspiegabile spiegato, l’impossibile a portata di mano. Ecco come ho fatto a non accorgermi di cosa stava succedendo in realtà. Io NON volevo accorgermene. Mi avrebbe fatto troppo male sapere che non era vero niente. Ero in pieno stato (adesso lo so) di “dissonanza cognitiva”: pur di non cadere nel profondo disagio causato dall’incoerenza delle cose che apprendevo con ciò che avevo sempre saputo essere vero, modificavo il mio comportamento in modo da minimizzare questa incoerenza.
E a me è andata anche bene. Per motivi di studio mi sono trasferita negli Stati Uniti, dove ovviamente ho trovato terreno fertile per ampliare le mie conoscenze, ma perlomeno sono venuta via da quel gruppo che fatalmente è diventato una “comune”. Ovvero una setta (a culto ufologico, oltretutto), con tanto di guru che faceva il bello e il cattivo tempo. Forse a tanto non sarei arrivata, e avrei avuto la forza di venirmene via comunque. Forse.
Conclusione: non giudicare MAI gli adepti delle sette, etichettandoli come poveri sciocchi privi di volontà. Può capitare davvero a tutti.

Chiara Guarascio

Libri consigliati:
Steve Hassan: Mentalmente liberi. Come uscire da una setta.Ed. Avverbi, 1999, 230 pp, € 14,00
Chiara Bini, Patrizia Santovecchi: Figli di un Dio tiranno. Dieci storie di fuoriusciti da sette religiose. ed. Avverbi, 2002, 144 pp, € 10,00.
Caterina Boschetti: Il libro nero delle sette in Italia. Ed. Newton & Compton, 2007, 479 pp, € 12,90

http://1922criminalmagazine.info/index.php?option=com_content&task=view&id=149&Itemid=2

Le impronte digitali, la firma del criminale

Posted in Tecniche investigative on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

di Mancini Massimiliano

LE PROCEDURE PER IL RILEVAMENTO DELLE IMPRONTE
La dattiloscopia fu utilizzata inizialmente come tecnica di segnalazione personale e solo in seguito per identificare gli autori dei reati.
Le impronte rilevate sulla scena del crimine (evidenti, su calco o latenti) sono comunque reperti e quindi sono innanzitutto oggetto di sequestro.
A seguito d’incarico di perizia il consulente redige verbale d’asportazione per successivi accertamenti non eseguibili sul posto.
Da tempo sulle schede segnaletiche sono sempre riportate, tra l’altro:
-         caratteristiche salienti dei tratti somatici del soggetto schedato;
-         foto frontale, laterale del volto e, a volte, della figura intera;
-         sul retro sono raffigurate le impronte della mano destra e sinistra.
Per risalire all’autore di un delitto attraverso si compara l’impronta sulla scena del crimine con quelle contenute nella scheda segnaletica, naturalmente nel caso di un soggetto non schedato l’identificazione è possibile solo attraverso una comparazione con soggetti sospettati.
Le impronte sono utilissime anche nei confronti di soggetti che, attraverso documenti falsi o l’assenza di documenti, cercano di eludere il riconoscimento; per questo scopo nel sistema AFIS, disponibile in ogni questura e nei principali uffici delle forze di polizia, sono registrate le impronte papillari e, recentemente, anche le impronte palmari, per consentire di riconoscere rapidamente un soggetto ed anche i suoi numerosi alias.
Negli ultimi anni è in continua evoluzione lo sviluppo di sistemi semi automatici di accertamento dattiloscopico dell’identità. I c.d. A.F.I.S. (Automatic Fingerprint Identification System) sono di indubbia importanza per l’individuazione della persona a fini di polizia preventiva, ma rimangono di significato relativo nell’identificazione giudiziaria poiché è sempre necessaria la verifica umana per la scelta definitiva delle impronte tra tutte quelle indicate dal sistema.
IL SISTEMA DI COMPARAZIONE MANUALE DELLE IMPRONTE
Vediamo quindi nel dettaglio come si procede praticamente alla comparazione delle impronte digitali.
Il sistema manuale si basa su 3 sistemi di linee: basali (parallele alla piegatura del dito), marginali (che entrano e fuoriescono dai lati del polpastrello) e centrali (al centro del polpastrello). Su questa base sono stati identificati 4 tipi principali di impronte: adelta, monodelta, bidelta e composta.
L’impronta adelta e quella bidelta sono poi suddivise rispettivamente in 4 e 3 sottogruppi, più un gruppo 0 corrispondente a un’impronta imperfetta o un dito mancante. Ogni impronta può così essere definita con una di queste 10 categorie.
A ogni polpastrello (indice, pollice, anulare mano destra, poi la stessa serie della mano destra e quindi le restanti dita di sinistra e destra) viene assegnato un valore da 1 a 0. In questo modo con un numero di dieci cifre, per esempio 823-924-73-54, si indicano le categorie in cui rientrano le varie dita a partire dal pollice della mano sinistra.
Nel caso dell’esempio indicato in precedenza (823-924-73-54) il pollice della mano sinistra è di categoria 8, l’indice di categoria 2 e via di seguito; questa successione ha un livello di combinazioni talmente elevato (10 miliardi di combinazioni possibili), da poter essere ritenuto realisticamente univoco ed irripetibile da identificare con precisione ogni essere uomano.
IL SISTEMA COMPUTERIZZATO DI COMPARAZIONE DELLE IMPRONTE
Il sistema computerizzato di classificazione delle impronte si basa su un sistema differente, si limita a identificare i quattro tipi principali di impronte passando quindi a identificare le minuzie, cioè le minuscole irregolarità delle creste (biforcazioni, anelli, linee spezzate, ecc.) che con la loro forma rendono inequivocabile l’identità delle due impronte: se ne contano fino a 90.
In questo modo il sistema computerizzato unisce tutte le minuzie formando il numero maggiore di triangoli possibili senza che questi si intersechino tra loro e di ogni triangolo misura gli angoli, i lati, la superficie e confronta le misure ottenute con quelle presenti in memoria.
Il risultato, ottenuto al ritmo di 7000 operazioni al secondo, è una serie di “candidati” che avranno minuzie corrispondenti. Sarà poi il dattiloscopista a confrontare “candidati” e “sospetti”.
Mosillo, Presidente di Cassazione, ha definito sotto il profilo tecnico giuridico i punti di certezza sulla convergenza delle impronte digitali.
TIPOLOGIE DI IMPRONTE
Fra le tracce riscontrabili sul luogo dove è stato commesso un reato, rivestono una notevole importanza le impronte papillari, che possono suddividersi in:
-          palmari (quelle del palmo della mano);
-          plantari (quelle dei piedi);
-          digitali (quelle dei polpastrelli).
Le più studiate e utilizzate ai fini dell’identificazione giudiziaria sono le impronte digitali, nelle quali il disegno ricalca l’andamento delle creste papillari (strato dell’epidermide che riveste le papille dermiche).
Nella valutazione delle impronte si considerano quattro tipologie principali d’impronte papillari:
-         monodelta;
-         bidelta;
-         adelta;
-         composita;
Ai fini giudiziari le impronte si suddividono in:
-          impronte allo stato evidente (vale a dire visibili);
-          impronte plastiche (o su calchi);
-          impronte latenti.
Le impronte plastiche sono prodotte dal contatto di una superficie malleabile (piano con spessa polvere, fango, ecc.) che produce un’immagine negativa dell’impronta.
LE IMPRONTE VISIBILI
Rientrano in questa categoria quelle depositate a seguito di:
a)       apporto di sostanze, in genere coloranti, applicati dalle creste papillari (ad esempio sangue, inchiostri, inquinanti vari, ecc.);
b)      asportazione di sostanze (ad esempio fuliggine, polvere, ecc.);
c)       calco su materiale plastico.
In questi casi si procede direttamente alla documentazione fotografica, applicando sempre un nastro centimetrico o millimetrico.
Se esiste un forte contrasto fra impronta e supporto, la riproduzione fotografica non presenta problemi; altrimenti si può ricorrere ad un’illuminazione colorata o a filtri colorati che possano far risaltare adeguatamente l’impronta.
Per fotografare le impronte plastiche generalmente è sufficiente illuminarle con luce radente.
EVIDENZIAZIONE DI IMPRONTE LATENTI
Sono quelle pressoché invisibili ad occhio nudo e richiedono particolari trattamenti per poter essere rivelate, rafforzate.
L’evidenziazione può avere finalità di ricerca (trovare l’impronta dell’autore del delitto) o per esclusione (essere sicuri che l’autore del delitto non sia passato o intervenuto su una determinata area, stanza, veicolo, ecc.).
Ai fini del rilevamento delle impronte digitali le superfici sono classificate in:
a)       lisce, (ad esempio pelle, carta, ecc.) ottimi supporti per l’evidenziazione.
b)      ruvide (ad esempio tessuti tranne la seta e altri fitti) in genere poco utili per la ricerca delle tracce.
c)       Porose (ad esempio carta, legno, pelle, ecc.), ottimi supporti anche a distanza di tempo. La carta in particolare assorbe l’impronta consentendo di evidenziarla anche dopo 10 anni.
d)      Non porose, (ad esempio vetro, plastica, ecc.) sulle quali possono essere evidenziate solo impronte fresche, generalmente con età entro 100 gg.
IMPRONTE LATENTI SU SUPERFICI POROSE
Come si è già detto, le superfici porose assorbono molto bene l’essudato e quindi riescono a conservare l’impronta per lungo tempo.
In questi casi si utilizzano i seguenti d’evidenziazione:
-          Reagente Ninidrina, che legandosi con gli aminoacidi dal colore trasparente assume una colorazione rosa, fornisce un’immagine in negativo (le creste sono bianche, mentre le zone colorate sono gli spazi tra le creste);
-          DFO che è una sostanza fluorescente, ottima anche su supporti molto colorati;
-          MD, deposizione metallica di oro portato allo stato gassoso in forno, utilizzato soprattutto dopo aver trattato l’impronta con la Ninidrina per evidenziare maggiormente il contrasto ed ottenere un’immagine positiva.
Reazione con ninidrina
E’ il metodo più utilizzato per evidenziare impronte su superfici cartacee o porose.
La ninidrina reagisce con gli amminoacidi, presenti nelle secrezioni eccrine che ben assorbiti dalla carta permangono anche dopo lunghi periodi di tempo.
Con uno spruzzatore si applica la ninidrina assoluta oppure addizionata ad una soluzione organica d’acetone o freon in acido acetico (il freon rende le soluzioni meno tossiche, non infiammabili e non dannose per gli inchiostri).
IMPRONTE LATENTI SU SUPERFICI NON POROSE
Come già detto sulle superfici porose possono essere evidenziate solo impronte fresche, in questi casi si utilizzano i seguenti di evidenziazione:
-          Polveri esaltatrici, sono igroscopiche e quindi si legano alla parte acquosa dell’impronta quindi possono essere utilizzate solo su impronte molto fresche;
-          Esteri Cianoacrilici, utilizzata soprattutto su impronte vecchie, con età superiore ai 100 gg. poiché con la fumigazione il Cianoacrilato si lega alla parte lipidica della traccia, provocando una deposizione biancastra in corrispondenza delle linee papillari;
-          MD, sublimazione di oro e zinco in camera barica sotto vuoto spinto, prima l’oro che fugge i grassi e si deposita dove non sono presenti linee papillari e quindi lo zinco.
Polveri Esaltatrici
Questo è il metodo più comune ed è noto da più di un secolo. Le polveri sono impiegate su superfici non porose (vetro, metallo, superfici pitturate, plastica) facendo in modo che le polveri restino meccanicamente adese ai componenti oleosi depositati dalle creste papillari.
Il vantaggio è la facilità e l’immediatezza dell’accertamento: le tracce svelate possono essere subito fotografate o asportate tramite un nastro adesivo e conservate.
L’inconveniente principale è che una non corretta applicazione del metodo (pennelli e nastri adesivi non adatti, eccesso di polvere) può rovinare l’impronta.
Le polveri non possono essere impiegate su superficie che attraggono la polvere (ad esempio quelle con proprietà elettrostatiche) e devono essere scelte in modo da massimizzare il contrasto con il colore della superficie su cui sono applicate.
Di seguito sono elencate le principali polveri utilizzate dagli esperti in ricerca tracce con le rispettive composizioni:
a)       polvere nera (ossido ferrico nero 50%,resina 25%, amido black 25%);
b)      polvere al piombo carbonato (piombo carbonato 80%, gomma arabica 15%, polvere di alluminio 3%, amido black 2%);
c)       polvere bianca (ossido di titanio 60%,talco 20%, lenis kaolino 20%);
d)      polvere al diossido di manganese (diossido di manganese 45%, ossido ferrico nero 25%, amido black 25%,resina 5%).
Concettualmente l’uso delle polveri è piuttosto semplice, ma occorre grande esperienza e molta pratica per ottenere buoni risultati:
a)       Selezionare una polvere ed un pennello adeguati.
b)      Testare la superficie e la polvere, eseguendo alcune prove applicando le proprie impronte su una parte libera di superficie e quindi verificare se la polvere scelta la rileva chiaramente.
c)       Applicare la polvere con leggere pennellatine, rimuovendo gli eccessi con grande delicatezza.
d)      Dopo aver applicato vicino l’impronta un nastro millimetrico ed eventualmente un riferimento per facilitare l’archiviazione (numero, luogo, data, caso, ecc.), si può fotografare con pellicole a grana finissima e in condizioni di luce intensa.
e)       Infine applicare con cura un nastro adesivo, che asporti la polvere senza alterare la forma dell’impronta.
Fumigazione con cianoacrilato
Il prodotto è utilizzato commercialmente anche come attaccatutto istantaneo. E’ ideale per le superfici lisce non porose.
E’ molto volatile (e tossico) ed evaporando si deposita sull’impronta plastificandola. Fornendo un’immagine di colore bianco, che può essere poco visibile in genere e per questa ragione si ricorre ad un colorante.
IMPRONTE INSANGUINATE
Generalmente sono abbastanza facili da rilevare ricorrendo quasi esclusivamente alle luci forensi. In questo caso si impiega una luce violetta di lunghezza d’onda 400 nanometri oppure.
In caso di difficoltà si può ricorrere a reagenti come la diamminobenzidina (DAB) + acqua ossigenata, che forma un composto scuro insolubile che fa risaltare l’impronta
IMPRONTE SU CORPI UMANI
Sono le più difficili in assoluto da rilevare.
Si può rilevare solamente su porzioni di pelle lisce, non ricoperte da peluria e a condizione che l’analisi sia tempestiva (1-2 ore dopo il rilascio dell’impronta), poiché la traspirazione corporea inquina ed altera l’essudato dell’impronta da rilevare.
In questi casi si tenta con l’esposizione della porzione di pelle a vapori di iodio, limitando l’esposizione alla sola parte interessata e proteggendo opportunamente il soggetto dall’inalazione, quindi si sovrappone alla parte da rilevare una pellicola fotografica imbevuta di violetto cristallino.
Massimiliano MANCINI (Comandante Dirigente del Corpo di Polizia Locale di Frosinone, Docente e Consulente in materie Giuridiche e nel campo della Sicurezza)

Criminalistica e tecniche investigative

Posted in Libri & manuali on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

di Francesco Donato

l’argomento

Nata da un’istanza pratica e fortemente collegata alle tradizionali attività forensi, la criminalistica ha di recente acquisito dignità scientifica autonoma, delimitando il proprio ambito disciplinare ed elaborando uno specifico statuto. Questo libro ne illustra tutti gli aspetti, dalle tecniche di sopralluogo a quelle di identificazione – dattiloscopia, antropologica, genetica, vocale, grafologica – fino alla balistica e alle analisi di laboratorio. Un manuale, dunque, specificamente rivolto agli addetti ai lavori, ma anche utile compendio per gli appassionati del giallo e della fiction.

- Le indagini preliminari
- L’attività di investigazione
- La ricostruzione della scena del crimine
- Gli accertamenti identificativi- La balistica forense
- Sostanze stupefacenti e analisi di laboratorio
- Le indagini indirette
- Appendice documentale

Un’opera di impostazione tecnica, aggiornata rispetto alle nuove acquisizioni teorico-pratiche e alle più recenti disposizioni di legge in materia. Un testo nato sul campo e dall’esperienza pluridecennale dell’autore.

l’autore
Francesco Donato (Vibo Valentia, 1948) è dirigente della Polizia di Stato e docente di Tecniche Investigative Applicate all’Università di Bologna. Svolge inoltre attività seminariale in Criminalistica Forense presso l’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Firenze. Dal 1986 al 1997 è stato direttore del Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica della Toscana ed è tra gli ideatori del corso di laurea in Scienze dell’Investigazione istituito presso l’Università dell’Aquila, dove è stato anche docente di Diritto della Sicurezza Sociale. Consulente dell’Autorità Giudiziaria e collaboratore del mensile «Diana Armi», è autore di numerosi articoli e pubblicazioni. Tra queste ultime ricordiamo L’Attività di Polizia Scientifica, Banconote e Documenti Falsi, La Sicurezza Sociale nell’ordinamento giuridico e Lineamenti di criminalistica forense. Vive a Firenze.

17,0×24,0 – 160 pp.
€ 22,00 – Codice 5080601
32 tavole fuori testo a colori

http://www.edolimpia.it/libro.php?codice=5080601

Omicidi in famiglia: nel 2003 ancora uno ogni 40 ore.

Posted in Movente passionale on Dicembre 29, 2007 by italiancrimes

Un omicidio ogni giorno e mezzo, ossia 1 ogni 40 ore, tra le mura domestiche

La famiglia si conferma come luogo principale in cui avvengono gli omicidi, con 201 vittime nel 2003, pari al 30,5% di quelle complessivamente censite dalla banca dati. Il fenomeno si presenta tuttavia in calo (-9,9%, rispetto alle 223 vittime del 2002). Questo secondo una ricerca Eures 2004 sugli omicidi volontari in Italia.

I delitti in famiglia avvengono soprattutto al Nord (103 vittime, pari al 51,2%), rispetto al Sud (55, pari a 27,4%) e al Centro (43, pari al 21,4%). A livello regionale, la Lombardia si conferma la regione più interessata dal fenomeno, con 35 vittime (pari al 17,4%), seguita da Piemonte (20 vittime, pari al 10%), Lazio (19 vittime pari al 9,5%), Emilia Romagna (17 vittime, pari all’8,5%), Liguria (14 casi, pari al 7%), Sicilia (13 vittime, pari al 6,5%) e Toscana (12 vittime pari al 6%). La provincia più colpita è Milano, con 19 vittime di omicidio (pari al 9,5% del totale), seguita da Roma e Genova, rispettivamente con 17 e 10 vittime. Il primato della Lombardia è confermato anche dalla graduatoria provinciale, che vede accanto a Milano altre due province lombarde ai primi posti: Bergamo, con 5 vittime e Brescia con 4.

Nei 201 omicidi in famiglia prevalgono le vittime donne (67,7% dei casi a fronte del 32,3% degli uomini), più numerose al Nord (69,9% contro il 30,1% degli uomini), rispetto al Centro (67,4% contro 32,6%) e al Sud (63,6% contro 36,4% ).

Il maggior numero delle vittime di omicidio in famiglia si registra tra gli over 64 (43 vittime, pari al 21,4% del totale), caratterizzando il 2003 per un consistente numero di omicidi-suicidi all’interno di coppie anziane e per una crescita degli omicidi a danno di persone in situazione di grave disagio e di quelli compiuti da autori sofferenti di un disturbo mentale, che hanno visto come vittime prevalenti donne anziane. Analogo è il numero delle vittime per la fascia 35-44 anni (42 vittime, pari al 20,9%), cui segue la fascia 25-34 anni (33 vittime, pari al 16,4%) e quella 45-54 anni (28 vittime, pari al 13,9%); sono 23 le vittime con meno di 18 anni (11,4%) e 14 quelle della fascia 19-24 (7%). Elevata, nel 2003, la presenza di vittime tra le casalinghe (45 pari al 22,4%) e i pensionati (27 vittime, pari al 13,4%), seguiti da impiegati (21 vittime, pari al 10,5%), operai/manovali/braccianti (15 vittime, pari al 7,5%) e da vittime in età prescolare (ancora con 15 casi).

Nel 60,2% dei casi vittima e autore avevano una relazione di convivenza al momento del delitto, mentre nel 39,8% non si presentava tale condizione. La convivenza prevale nelle situazioni di grave disagio (100% nei casi di disagio della vittima; 87% per disturbi psichici dell’autore; 68,6% nei casi attribuiti a raptus), negli omicidi per futili motivi (81,8%) o per liti e dissapori (57,1%); la convivenza è invece minoritaria negli omicidi passionali (40%) dove è prevalentemente la separazione la causa scatenante, e negli omicidi per motivi di interesse o denaro, dove in 8 casi su 10 vittima e autore risultano non conviventi.

Nella maggior parte dei casi la vittima è il coniuge o il convivente (67 vittime, pari al 33,3%), seguono i figli (33, pari al 16,4%) e gli ex coniugi/ex partner (24, pari all’11,9%); elevato anche il numero dei genitori (19, pari al 9,5%), quello dei partner (17, pari all’8,5%) e degli altri familiari (12, pari 6%). In calo il fenomeno degli omicidi tra fratelli, con 7 casi (3,5%).

Movente

Il movente passionale (con 55 vittime pari al 27,4%), si conferma come movente principale degli omicidi in famiglia; seguono il raptus (35, pari al 17,4% del totale), le liti (28, pari al 13,9%) e i disturbi psichici dell’autore (23, pari all’11,4%). Il Sud risulta in coda per quanto riguarda l’incidenza dei delitti passionali (18,2%), rispetto al Centro (39,5%) e al Nord (27,2%). In relazione al genere, tra le vittime donne prevale il movente passionale (31,6% rispetto al 18,5% degli uomini), quello del disturbo psichico dell’autore (13,2% contro il 7,7% tra gli uomini) e la condizione di grave disagio (10,3% rispetto al 6,2% tra gli uomini). Tra gli uomini risulta più elevata la percentuale delle vittime seguite a un raptus dell’autore (il 18,5% contro il 16,9% tra le donne), nei delitti per denaro/interesse (10,8% contro il 2,2%) ed in quelli per vendetta o riscatto della vittima per precedenti violenze subite (9,2% contro l’1,5% tra le donne).

Autore

Gli autori di omicidi in famiglia sono soprattutto maschi (171 pari all’82,2%, contro 37 donne), con un età compresa tra i 35 e i 44anni (40 autori pari al 23,4%); seguono con il 20,5% gli over 64, con il 19,9% i 45-54enni e quelli di età compresa tra i 25 e i 34 anni (15,8%); sono invece 13 gli autori di omicidio domestico che hanno meno di 24 anni (pari al 7,6% rispetto al 6,2% del 2002), di cui 3 (pari all’1,7%) minorenni. Relativamente più giovani risultano invece le donne autrici di omicidio: il 37,8% è nella fascia 25-34 anni (14 in valori assoluti) e il 21,6% in quella 35-44 (8 omicide); risulta molto basso il numero delle omicide con più di 55 anni, con soltanto 6 casi registrati. Tra gli autori prevalgono i pensionati (39 autori pari al 18,8%), gli operai/manovali (26 autori pari al 12,5%) e gli uomini delle Forze Armate e di Polizia (17 autori pari all’8,2%); seguono gli impiegati (6,7%, con 14 autori) e le casalinghe (12, pari al 5,8%); sotto la soglia del 5% i liberi professionisti e i precari (entrambi con il 4,8%). Nel 53,2% dei casi l’autore del delitto viene arrestato o si costituisce, il 12,4% prova a sfuggire alla giustizia, nel 27,9% si suicida e nel 6,5% tenta il suicidio.

http://donneriv.blogspot.com/2005/11/omicidi-in-famiglia-nel-2003-ancora.html